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Mercoledì 04 Agosto 2010 11:10
Federalismo, l'addio al modello lombardo

 

La riforma e le Regioni Federalismo, l'addio al modello lombardo


di Beniamino Moro

Con l'approvazione definitiva da parte del Senato della legge sul federalismo fiscale in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione, il nostro Paese comincia a cambiare il suo volto istituzionale. Ai Comuni, Province, Regioni e alle future Città metropolitane verrà assicurata piena autonomia di spesa e di entrata, nel rispetto dei principi di solidarietà e di coesione sociale. Perciò si parla di federalismo cooperativo, che è quello veramente voluto dalla nostra Costituzione, ben lontano dal «modello lombardo» di federalismo inizialmente proposto dalla Lega nord.

Si tratta di una legge quadro che fissa i principi generali cui ispirare il federalismo fiscale, lasciando ai decreti di attuazione da emanare nei prossimi due anni il compito di tradurli in pratica. Tra gli obiettivi da perseguire nel rispetto dei principi contenuti nello «statuto dei contribuenti» rientra il finanziamento integrale di tutte le funzioni pubbliche essenziali, la semplificazione del sistema tributario, con la riduzione degli adempimenti a carico dei contribuenti, la trasparenza del prelievo, l'efficienza nell'amministrazione dei tributi e il coinvolgimento degli enti territoriali nel contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, con l'intento di ridurre gradualmente la pressione fiscale.

I bilanci pubblici, inoltre, saranno redatti secondo principi predefiniti e uniformi per tutti gli enti locali. 
Quanto alle modalità di finanziamento di questi ultimi, viene superato definitivamente il criterio della spesa storica (riceve di più chi ha speso di più in passato), per passare a una nuova modalità di finanziamento basata sui costi standard delle prestazioni essenziali, che riguardano i servizi sanitari, assistenziali, d'istruzione e diritto allo studio e i trasporti pubblici locali. Per ogni prestazione fondamentale, il costo standard è quello sostenuto dalla Regione più virtuosa, che funge da benchmark. Per le altre Regioni, si farà ricorso a un fondo perequativo di sostegno, cui attingeranno anche gli altri enti territoriali che dispongono di una ridotta capacità fiscale dovuta al numero minore di abitanti residenti, fondo cui si potrà attingere anche per finanziare le funzioni e i servizi non fondamentali (ad esempio la formazione professionale, lo sviluppo locale e la programmazione del territorio).

Di fondamentale importanza risulta infine l'articolo 16, che prevede interventi speciali a favore delle Regioni e degli altri enti territoriali caratterizzati da situazioni di arretratezza per favorire il loro sviluppo economico e sociale, per sopperire al deficit infrastrutturale e per rimuovere gli squilibri esistenti, con l'obiettivo di colmare il gap che ancora separa il Nord dal Sud del Paese. L'entità delle risorse stanziate, che proverranno da contributi statali speciali, dai fondi europei (aggiuntivi e mai sostitutivi dei fondi statali) e da forme di cofinanziamento nazionale, verrà determinata annualmente in sede di manovra finanziaria. Il testo definitivo di questo articolo non parla più di fiscalità di vantaggio come nella proposta originaria del governo, anche se non si esclude che questa misura possa essere reintrodotta nei decreti attuativi presumibilmente da ciascuna Regione all'interno della propria autonomia impositiva.

L'articolo di di Beniamino Moro è stato pubblicato da l'Unione Sarda.

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