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Conferenza unica, la scelta che frena le Autonomie

di Vittorio Italia



Il disegno di legge “Delega al Governo per l’istituzione e la disciplina della Conferenza della Repubblica”, esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 18 febbraio prevede, al posto delle tre Conferenze: Stato-Regioni; Stato-Autonomie locali; Conferenza unificata, un’unica “Conferenza della Repubblica”.

Il Ddl contiene però gravi illegittimità, sia per il contenuto, sia per i limiti della delegazione legislativa.
Quanto al primo, il Ddl ha l’obiettivo (neppure nascosto) di trasformare quest’organo - di equilibrio tra Stato, Regioni Enti locali - in un ufficio del Governo, anzi del Presidente del Consiglio, al quale viene affidata la presidenza della Conferenza.

Oltre a ciò, la previsione di un’unica “Conferenza della Repubblica” è contraddetta dal fatto che sono stabiliti tre organi: la Conferenza unificata e due sezioni (una per le Regioni, l’altra per le Autonomie), e ciascuno di questi organi potrà adottare degli atti (non si sa quali) e di cui è ignota l’efficacia.

Il sostanziale frazionamento della Conferenza unificata in due sezioni rivela la volontà di dividere le Regioni dagli Enti locali, in modo da poter più facilmente imporre la volontà dell’Esecutivo.

Una scelta in contrasto, sostanziale e formale, con molti articoli della legge di delega 42/2009 sul Federalismo fiscale che prevedono varie attività, “intese”, “accordi”, “confronti”, “tavoli di confronto”, “modelli”, che devono essere svolti dalla Conferenza unificata.

La delega sul Federalismo fiscale e quella di questo Ddl sono paragonabili a due treni che vanno a incrociarsi contemporaneamente sullo stesso binario.

Più gravi ancora sono le illegittimità relative alla delega legislativa.

Infatti, nel lungo elenco dei princìpi e criteri direttivi contenuto nel comma 3 (dalla lettera a) alla lettera u) non sono stabiliti - come prescritto dall’articolo 76 della Costituzione - l’oggetto definito, e quindi rigorosamente precisato, “e” i “princìpi e criteri direttivi”.

Sono invece stabiliti gli oggetti senza i princìpi e criteri direttivi, o sono stabiliti dai generici princìpi e criteri direttivi senza l’oggetto o con un oggetto generico.

La delega legislativa, secondo le tassative prescrizioni dell’articolo 76 della Costituzione, non può essere una delega in bianco, o generica, ma deve indicare il cosa, e - specialmente - il come, e quindi ciò che è stato delegato e come dovrà essere disciplinato nei decreti delegati.

Se manca uno di questi due elementi (oggetto e princìpi, e criteri direttivi dell’oggetto), si è al di fuori dei limiti della delegazione legislativa.

Le ipotesi di questa illegittimità sono numerose, ed esse riguardano, ad esempio, la lettera b) del citato comma 3, perché non sono stabiliti i princìpi e criteri direttivi delle funzioni, i compiti e la composizione della Conferenza della Repubblica.

Ancora, la lettera c), perché non sono precisati i poteri del Presidente della Conferenza della Repubblica; con la conseguenza che sarà il Governo (e quindi il Presidente del Consiglio) a stabilire, nei decreti delegati, quali sono i propri poteri. Stesso rischio-illegittimità per le lettere d), e), f), g), n), p), r), nelle quali l’oggetto definito è tutt’altro che definito, e specialmente mancano i princìpi e criteri direttivi.

Infine, la lettera t) prevede la «soppressione di comitati, commissioni ed organi omologhi già istituiti all’interno delle amministrazioni».

Se si approfondisce, e si tiene conto dei “parametri” stabiliti dalla Consulta sulla delega legislativa, si dovrà confermare la gravità di queste illegittimità.

Non è possibile “aggirare” i limiti costituzionali della delegazione legislativa, prevedendo oggetti non definiti, o princìpi e criteri direttivi a maglie larghissime, oppure oggetti senza princìpi e criteri direttivi, o princìpi e criteri direttivi senza oggetti, o con oggetti non definiti.

In questo modo si deforma, con dolo, la funzione legislativa delegata.