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Mercoledì 23 Marzo 2011 11:30

Apriamo le porte

 

La regione apre le porte ai profughi

 

 

 

Cagliari. Accoglienza sì, ma solo per i libici in fuga dalla guerra: potremmo accoglierne fino a duemila. Ma i tunisini no, i clandestini stipati a Lampedusa non sbarcheranno nell'isola. È la disponibilità offerta dalla Sardegna al ministro dell'Interno Maroni, nell'incontro di ieri sull'emergenza umanitaria. Una posizione che allinea il governatore Cappellacci ai colleghi leghisti, Roberto Cota (Piemonte) e Luca Zaia (Veneto).

 


Sono 2.000 gli esuli libici che la Sardegna potrebbe ospitare, dunque, qualora ce ne fosse bisogno. Qualora l'Italia si ritrovasse a dover accogliere chi fugge dalle bombe sganciate dalla coalizione. O dalla rappresaglia di Gheddafi.

 

 

Il Governo ne stima circa 50 mila. A poco più di un mese dalla "Giornata della collera" del 17 febbraio scorso, Maroni chiama a raccolta le Regioni per far fronte alla prevista ondata di profughi. E Cagliari risponde.

«Accoglieremo chi fugge dalla Libia in guerra e che ha diritto a chiedere asilo politico, non i clandestini, come i tunisini», spiega Giorgio La Spisa, assessore alla Programmazione. Ieri l'esponente della Giunta che sostituiva Cappellacci a Roma, ha avuto una full immersion nella matassa che da giorni prefetture, questure e forze dell'ordine cercano di sbrogliare.

 

 

Perché la soluzione che si cerca da giorni non è stata ancora trovata: dove mettere duemila persone che scappano da teatri bellici e hanno diritto a stare in Italia per almeno sei mesi, il tempo di ottenere lo status di rifugiato politico?

 

 

Nel primo confronto di ieri tra Maroni e le Regioni il tema non è stato affrontato. Anche perché «vogliamo incontrare prima gli enti locali, Anci e Unione delle Province, per capire quali sono le loro disponibilità. Poi ovviamente tutto dovrà essere coordinato nell'ambito di un tavolo permanente con le prefetture e con il commissario straordinario, Giuseppe Caruso».

 

Al momento, sappiamo soltanto dove non andranno: niente migranti nelle ex caserme o carceri. Dopo una candidatura proposta da Roma, l'Asinara è divenuta un tabù. «Il ministro ha capito. Rispetteremo la volontà delle comunità locali e da parte sua non ci saranno forzature», è la garanzia di La Spisa, che con garbo fa intuire di non essere disponibile a cedere i gioielli di famiglia. Saranno i Comuni a proporre un elenco di siti, nell'ottica della «solidarietà con l'Italia», e lì verranno realizzati i Cara, i Centri di accoglienza per i richiedenti asilo. Sono posti dove i migranti vengono ospitati in assoluta libertà, senza restrizioni né controlli.

«Penso sia utile realizzarne diversi per massimo 2-300 persone - è l'intendimento - ma al momento non abbiamo un'idea precisa. Credo comunque che saranno distribuiti in tutta l'isola». Sarà lo Stato a finanziare con 500 milioni per tutta Italia i Cara.

 

L'imperativo è «non stravolgere l'equilibrio sociale ed economico» delle zone dove i centri saranno collocati. Proprio per questo i libici - che hanno diritto all'asilo politico - verranno accolti, mentre le porte dell'isola resteranno chiuse ai tunisini stipati a Lampedusa, clandestini pur se scappati dal focolaio della primavera araba. È così in tutta Italia.

 

Difatti il Centro di prima accoglienza all'interno dell'aeroporto di Elmas, nell'ottobre 2010 teatro di una violenta rivolta, non viene nemmeno preso in considerazione. È chiuso per restauri. Pronto per un possibile flusso parallelo, quella che dall'Algeria punta dritto su Pula e dintorni.

 

 

 

La Nuova Sardegna, 23 Marzo 2011.