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Troppe leggi sul lavoro. Ne basta una PDF Stampa
Mercoledì 04 Agosto 2010 13:20
Ci sono 13 articoli per il part-time, per un totale di 3.803 parole. Basta un solo articolo di 117 parole


Direttore, tra le molte tare che appesantiscono la nostra economia, ce n’è una che può essere superata in tempi molto rapidi, senza costi per lo Stato e con grande vantaggio immediato per lavoratori e imprese: mi riferisco all’enorme volume e complessità della normativa che oggi regola in Italia il rapporto di lavoro. Questa ipertrofia è causa di «costi di transazione» molto elevati per tutti coloro che stipulano un contratto di lavoro, rendendo la legge difficilissima da leggere e da capire. Le norme più vecchie tra quelle ancora in vigore risalgono agli anni 20 del secolo scorso. Ma la maggior parte della normativa vigente in materia di lavoro è stata emanata negli ultimi quattro decenni, in una alternanza tra legislatori pro labour , che hanno accolto istanze di parte sindacale, e legislatori pro business , che hanno accolto istanze di parte imprenditoriale, gli uni e gli altri sempre molto sensibili agli interessi di questa o quella categoria particolare. Alla voluminosità e complessità della normativa, che oggi in una raccolta completa occupa migliaia di pagine, ha contribuito, poi, un modo di legiferare illiberale comune a destra e sinistra: norme intrusive, animate dalla pretesa di regolare minuziosamente ogni dettaglio del rapporto. In questa legislazione prolissa, ampollosa, ridondante e onnipervasiva, a dominare sono sempre gli apparati. I primi a soffrirne, ovviamente, sono gli investimenti stranieri nel nostro Paese: se persino noi abbiamo difficoltà a leggere e capire il nostro diritto del lavoro, figuriamoci un imprenditore svedese o canadese. Ma una legislazione ipertrofica è destinata a subire la fuga anche dei propri destinatari naturali, gli imprenditori indigeni; fuga favorita dal fatto che gli stessi lavoratori hanno difficoltà a rivendicare un diritto inconoscibile, che quindi non fa parte della cultura diffusa. Ora il progetto messo a punto da un gruppo di giuslavoristi consente di misurare immediatamente quanto la nostra legislazione in materia di lavoro sia inutilmente voluminosa. Senza perdere nulla degli standard protettivi attuali, il progetto la traduce in un «codice del lavoro» di soli 49 articoli per la parte che disciplina i rapporti individuali e di soli 15 articoli per la parte che disciplina i rapporti sindacali (i due testi legislativi, con le relative relazioni illustrative, sono disponibili sul sito www.pietroichino.it ). Alcuni esempi. La disciplina attuale della Cassa integrazione guadagni è dispersa in 34 leggi, emanate dal 1945 a oggi; il progetto semplifica e generalizza questo «ammortizzatore sociale» con un meccanismo contenuto in un solo articolo, composto di quattro commi, che ne estende il campo di applicazione a tutti i rapporti di lavoro e pone le premesse per una riduzione del costo della relativa polizza. Un discorso analogo vale per il part-time, la cui disciplina è venuta ingrossandosi, via via per iniziativa del centrosinistra o del centrodestra, fino a 13 lunghi articoli, per un totale di 3803 parole; il disegno di legge mostra come sia possibile allinearsi perfettamente agli standard comunitari con un solo articolo di 117 parole. Al lavoro intermittente, cioè all’ingaggio dei camerieri per i banchetti o delle hostess per i convegni, la legge Biagi dedica ben 1.443 parole suddivise in 8 articoli; per una disciplina efficace e incisiva della materia basta un solo comma di 39 parole. La legge del 1955 e i 7 articoli, di 1.859 parole, dedicati dalla legge Biagi all’apprendistato possono ridursi a un solo articolo di 414 parole, senza che vada persa alcuna protezione per gli interessati. Sessantaquattro articoli in tutto per diritto del lavoro e diritto sindacale — quante le caselle di una scacchiera — si candidano dunque a sostituire mille pagine di leggi. Articoli concisi e chiari, che possono essere letti e capiti immediatamente da tutti, fino al più piccolo tra gli imprenditori e al più sprovveduto tra i lavoratori: è questa una premessa indispensabile, anche se da sola non sufficiente, per una applicazione davvero universale del diritto del lavoro, per il superamento dell’at-tuale regime di apartheid che divide i protetti da coloro che lo sono poco o nulla. Il progetto è a disposizione di imprenditori e sindacati, cui sarà facile modificare ciascuna delle soluzioni proposte, nel senso di un incremento o di una diminuzione del contenuto protettivo. Quel che conta è che si mantenga la scelta fondamentale della semplicità e concisione, che significa in sostanza rispetto per il cittadino. Il vantaggio per tutti sarà quello di una riduzione drastica dei costi di transazione e di una più facile universalizzazione degli standard. Vale la pena di provarci.

 

L’articolo di Pietro Ichino pubblicato da Il Corriere della Sera è inserito nella Rassegna Stampa presente nell’area Ufficio Stampa.