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La bozza Calderoli taglia. Ma, né bene, né abbastanza PDF Stampa
Mercoledì 04 Agosto 2010 13:33
Tiene in piedi i Comuni coriandolo, mantiene le Province e non liberalizza i servizi pubblici


Il nuovo codice delle autonomie, targato Calderoli, tarda ad essere presentato ufficialmente alle competenti commissioni parlamentari. La bozza che si conosce contiene qualche luce ma anche molte ombre che rischiano di oscurare una riforma assai delicata per l'efficienza dell'ordinamento democratico e per il contenimento dei costi e della spesa pubblica. Non può sfuggire che il nuovo codice delle autonomie è stato presentato come una sorta di necessaria appendice del federalismo fiscale ma ha in realtà un valore che trascende il profilo applicativo e riveste invece i caratteri di una grande riforma istituzionale, certamente necessaria nel disordinato “federalismo all'italiana”. Nella “bozza Calderoli” vi sono alcuni aspetti coerenti con le attese. Vengono meglio individuate le funzioni fondamentali di competenza di comuni, province e città metropolitane, riducendo sovrapposizioni e confusioni, e in un certo senso tornando a privilegiare, come in passato, il criterio dell'attribuzione di competenze e funzioni rispetto al principio del pluralismo concorrenziale che ha caratterizzato la più recente fase, soprattutto dopo la riforma costituzionale “federalista” del 2001. Viene incentivato l'esercizio in forma associata delle funzioni locali e si prevede l'unificazione, attraverso lo strumento del “bilancio consolidato”, delle contabilità degli enti e delle società da essi partecipate. Si prevede inoltre un ampio disboscamento della giungla amministrativa, di quelli che nelle prime stesure sono definiti gli “enti dannosi”: i commissariati per la liquidazione degli usi civici, i tribunali delle acque pubbliche, le comunità montane, i consorzi, le autorità d'ambito territoriale, gli enti parco regionali, i consorzi di bonifica e anche le circoscrizioni comunali (ad eccezione dei comuni con almeno 250.000 abitanti) nonché (e persino) i difensori civici. È probabile che la propensione allo sfoltimento possa trovare un'attenuazione più avanti ma non vi dubbio che il sistema dei governi locali sia oggi appesantito da una moltitudine di enti, costosi e lottizzati dai partiti, che occorre energicamente semplificare. Veniamo però ai punti che la “bozza Calderoli” non tocca e che invece andrebbero ben considerati. Non andrebbe rivista la miriade di comuni-polvere (sotto i 1.000 abitanti) che costituisce un'anomalia italiana e che ben potrebbe essere riorganizzata, nel rispetto del campanile e dell'orgoglio locale, con servizi intercomunali più efficienti e meno costosi? Che senso ha mantenere in Italia circa 9.000 stazioni appaltanti pubbliche? Non dovrebbe essere questa l'occasione per fare un passo in avanti nella liberalizzazione dei servizi pubblici (paghiamo la bolletta energetica 5 volte più della Francia) e almeno ridurre le 6.000 società pubbliche locali che invece vengono da Calderoli consolidate, a favore della politica e a svantaggio del mercato e dei consumatori? È inoltre difficile da condividere il rafforzamento delle province proprio mentre una vasta campagna di opinione, e lo stesso dibattito parlamentare, sono orientati alla soppressione o, quanto meno, ad una radicale trasformazione. Non si sfiorano neppure questi nodi e dunque la riforma, come proposta, è un'occasione sprecata anche perché si riduce demagogicamente il numero dei consiglieri comunali ma nulla si fa per ridurre lo spoil system e l'invadenza dei politici sull'amministrazione professionale. In sostanza dalla “bozza Calderoli” si delinea un ordinamento locale modello “piccole patrie” ove si rafforza il potere dei partiti. Non sarebbe proprio una bella riforma.

L'articolo di Pierluigi Mantini pubblicato da Italia Oggi è inserito nella Rassegna Stampa presente nell'area Ufficio Stampa.