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I vigili che non obbediscono commettono reato PDF Stampa
Mercoledì 04 Agosto 2010 13:35

Rischia una condanna penale il vigile urbano che, contravvenendo all’ordine del superiore, si rifiuta di effettuare un posto di blocco e controlli presso negozi. Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione confermando la condanna emessa dalla Corte di Appello di Brescia nei confronti di una vigilessa che si era rifiutata di obbedire ad alcuni ordini impartiti dal comandante. La donna, nella sua qualità di agente municipale, dopo aver ricevuto dal comandante l’ordine di effettuare un posto di controllo in una strada cittadina, aveva dichiarato esplicitamente che non l’avrebbe fatto ed aveva abbandonato il servizio senza giustificato motivo, rifiutandosi anche di effettuare due sopralluoghi presso attività artigiane del luogo. Per questo il Tribunale di Brescia, in primo grado, l’aveva condannata a due mesi di reclusione ed al pagamento di una multa. La Corte di Appello, in secondo grado, aveva escluso la circostanza aggravante, confermando nel resto la condanna. Contro la sentenza di appello l’imputata aveva proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di soffrire di agorafobia, come dimostrato da un certificato medico prodotto in giudizio, e pertanto non avrebbe potuto svolgere i compiti richiestigli. La Suprema Corte, respingendo il ricorso e confermando la condanna, ha sottolineato come i giudici di merito avessero ampiamente argomentato la loro decisione, ricordando per esempio che il comandante aveva dichiarato che dapprima la donna si era rifiutata di eseguire ordini dalla stessa definiti “cazzate”, e solo successivamente avesse allegato il certificato medico. Inutilmente la vigilessa aveva sostenuto che il comandante, a seguito della sua richiesta di andare in bagno, la aveva aggredita con termini molto pesanti, e che era stata autorizzata dal sindaco a svolgere altre operazioni. Infatti, come risultato dalle indagini, in realtà l’imputata si era rifiutata senza motivo di eseguire gli ordini impartiti dal comandante, e solo in un secondo momento aveva allegato il certificato medico. Quanto alla sussistenza del reato, la Cassazione ha sottolineato che tra i poteri coercitivi, intesi come caratterizzati dal legittimo uso della forza in funzione del conseguimento di finalità di natura pubblica precisamente determinate, rientrano quelli connessi con i settori della pubblica amministrazione riservati per legge alla competenza dei vigili urbani ed inerenti alla funzione istituzionale loro propria, e, in particolare, quelli relativi alla disciplina della circolazione stradale ed al controllo della regolarità degli esercizi commerciali; ne consegue il principio di diritto secondo il quale “si rende colpevole del reato di cui all’art.329 c.p. il vigile urbano che si rifiuta di obbedire agli ordini impartitigli dal superiore gerarchico, comandante del corpo di appartenenza, di instaurare un posto di controllo della circolazione stradale e di eseguire sopralluoghi per la verifica di regolarità presso centri di attività artigiane”. La sentenza ha in sostanza affermato che i vigili urbani, alla pari dei militari e degli altri agenti della forza pubblica, non possono rifiutarsi di eseguire gli ordini quanto questi riguardino le attività alle quali gli agenti sono preposti: devono fare il proprio dovere, altrimenti ne rispondono davanti al giudice.

 

 

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