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Nessuno vuole il nucleare in Sardegna! PDF Stampa
Venerdì 13 Maggio 2011 10:31

L'aula del Consiglio regionale della SardegnaNucleare, politici in coro: mai nell’isola.

Ma sul voto nazionale il Pdl non parla.

Parlano tanti politici e uomini di cultura.
Mentre il Presidente della Regione Sardegna invita i sardi a bocciare l’atomo ma nicchia sulla consultazione abrogativa di giugno...

 

 

 

SASSARI. Per una volta sono tutti d’accordo: destra, sinistra e indipendentisti dicono che domenica e lunedì bisogna andare a votare e barrare con una croce la casella del Sì.
Nessuno vuole il nucleare in Sardegna: almeno per il tempo di un week end la politica isolana sarà monocolore. Il governatore Cappellacci ha preso una posizione netta alcune settimane fa, allineandosi all’opposizione. Che per questa scelta di campo si complimenta: «Era ora». Ma l’idillio non durerà molto: sull’altro referendum, quello nazionale e abrogativo, il centrodestra nicchia. Nella maggioranza, c’è anche chi sembra capace di prevedere il futuro: «Il referendum nazionale di giugno non ci sarà, perché la moratoria del governo Berlusconi, che congela i progetti sul nucleare, lo rende superfluo».
Chi parla è Mariano Delogu, senatore Pdl e coordinatore regionale del partito in Sardegna. Nonostante l’ultima parola sul referendum abrogativo spetti alla Cassazione e sulle tv nazionali sia iniziata la messa in onda dei primi spot (anche se in orari improbabili), Delogu è certo che l’unica consultazione popolare sarà quella sarda: «Dopo quello che è accaduto in Giappone il governo ha fatto bene a prendere tempo. Bisogna ragionare sulla sicurezza prima di scegliere il nucleare, che comunque resta una buona cosa perché consente di risparmiare rispetto ad altre forme di energia».
In Sardegna no, non serve, perché «di energia ne abbiamo già a sufficienza». La pensa così anche il governatore Ugo Cappellacci, Pdl, che ha rivolto un appello ai sardi: «Votate sì, perché per l’isola immaginiamo un futuro e uno sviluppo diverso, che valorizzi il suo ambiente, i suoi paesaggi. Il nucleare invece rappresenta il passato».
Ma soltanto all’interno dei confini isolani, evidentemente, perché sul referendum nazionale Cappellacci non ha speso una parola: significherebbe andare contro il governo amico, che il nucleare l’ha solo momentaneamente parcheggiato, con l’obiettivo per nulla nascosto di rispolverare la santa alleanza con la Francia quando le acque agitate post Fukushima si saranno calmate. Un’ambiguità, quella di Cappellacci e della maggioranza di centrodestra, denunciata da Michele Piras, segretario regionale di Sel (Sinistra Ecologia e Libertà): «Al nucleare bisogna essere contrari a Cagliari come a Roma.
Invece sinora il centrodestra sardo non ha intrapreso alcuna azione di lotta verso il governo nazionale, che nell’energia atomica ci crede eccome. Sono convinto che il referendum nazionale di giugno si farà: sarebbe interessante sapere come voterà Cappellacci». Poi Piras si concentra sull’appuntamento di casa nostra: «Bisogna andare in massa a votare sì, il nucleare è una follia sul piano ambientale e occupazionale, comporta rischi gravissimi per la salute perché non esistono centrali sicure, ed è antieconomico rispetto ad altre forme di energia più pulite».
Anche Silvio Lai, segretario regionale del Pd, non ha dubbi: «Sono sempre stato contrario, il nucleare è da bocciare ovunque, in Sardegna e nel resto del Paese. Noi sardi siamo privilegiati, perché abbiamo la certezza di votare.
Dobbiamo dare un segnale forte, mi auguro che si vada ben oltre il quorum del 33 per cento: sogno di raggiungere il 50, in questo modo la Sardegna darebbe un segnale forte, inequivocabile al governo nazionale. Per questo il Pd ha organizzato centinaia di assemblee, nelle quali abbiamo illustrato i mali del nucleare e spiegato che il futuro è nelle rinnovabili, sole e vento.
Sbaglia chi dice che l’energia solare non basta perché non è continuativa: ci sono metodi, già utilizzati per esempio in Israele, per garantire le scorte, attraverso l’utilizzo di speciali celle di conservazione.
E poi c’è la questione sicurezza - aggiunge Lai -, Fukushima ha rappresentato la svolta, ha fatto cambiare idea anche ai pochissimi scettici all’interno del nostro partito».
Le idee le aveva chiare già molto prima invece Gavino Sale, leader dell’iRS: «La Sardegna ha un’enorme responsabilità, perché è la prima nazione a pronunciarsi dopo il disastro in Giappone.
Non possiamo sbagliare, dobbiamo dare uno schiaffo morale ed etico alla classe politica inesistente che ci governa, incapace di prendere decisioni su qualunque argomento. Facciamo sentire che i sardi ci sono e non accettano imposizioni dall’alto, siamo arrivati a un bivio. Io credo che il nucleare sia pericoloso, ma su questo è giusto che parlino gli esperti, gli scienziati.
Dico però che altre forme di energia sono più adatte per la nostra isola, che punta sulla bellezza, su un’immagine pulita. Mi auguro che anche gli italiani, se potranno votare, facciano la scelta giusta». Soprattutto perché solo il referendum nazionale abrogativo, in caso di vittoria del sì, chiuderà definitivamente le porte alle centrali. Per questo Maria Isabella Puggioni e Paolo Ruggiu, dei Radicali italiani, sottolineano la «straordinaria valenza del referendum sardo, anche se consultivo».
Una bocciatura netta dell’atomo potrebbe condizionare in positivo la consultazione popolare a livello nazionale.
«Altrimenti la Sardegna potrebbe subire una scelta assurda: il fatto di essere geologicamente stabile e scarsamente popolata ne fa il sito ideale per la localizzare di centrali e scorie. Domenica e lunedì ribelliamoci contro lo scempio, andiamo tutti a votare sì».
L'Unione Sarda.