Home Ultime Il sogno di diventare onorevole
Il sogno di diventare onorevole PDF Stampa
Mercoledì 04 Agosto 2010 13:39

Sono all'arrembaggio persino i consiglieri circoscrizionali

Tutti gli amministratori pubblici degli enti locali aspirano a diventare onorevoli anche quando loro non spetta il titolo. E ogni regione vorrebbe diventare un parlamento regionale. La Corte costituzionale ha bocciato un paio di tentativi in questa direzione ma questi sono stati riproposti surretiziamente. Il modello, per centinaia di consiglieri regionali resta la regione Siciliana. Lo statuto, approvato quando ancora c'era il Regno d'Italia, conferisce una serie di poteri incredibili all'ente locale, fino alla dipendenza della pubblica sicurezza dalla Regione (il presidente provvede al mantenimento dell'ordine pubblico). Venne perfino creata una Corte costituzionale domestica, l'Alta Corte, le cui competenze furono assorbite dalla Corte costituzionale fin dal 1957, ma la cui esistenza in vita qualcuno ricorrentemente asserisce, mentre altri ne reclamano il ripristino. L'invidia per la Sicilia, tuttavia, ha pure altre motivazioni, meno corpose, meno istituzionali, più terra terra, più d'immagine, più esteriori. Mercé le peculiari condizioni storiche in cui fu approvato (maggio 1946) lo statuto, ossia quando premeva l'indipendentismo siciliano, in buona sostanza venne creata non una regione, bensì una sorta di repubblica federata col resto d'Italia. Secondo tradizioni dai siciliani rivendicate come risalenti ai Normanni passando attraverso i parlamenti siciliani dei secoli andati, quella che altrove è una giunta regionale colà si chiama, insieme col presidente, «governo regionale». Il consiglio regionale è definito «assemblea regionale». I consiglieri non sono tali, bensì «deputati». A loro fin dall'istituzione dell'ente è attribuito l'appellativo di «onorevole». Il normale bollettino ufficiale regionale nell'isola ha sempre avuto la testata di gazzetta ufficiale della Regione Siciliana. Tutto più pomposo, tutto più aulico, tutto mirante a parificare gli organi della regione a quelli dello Stato (cominciando dagli emolumenti dei «deputati regionali»). Ebbene, le altre regioni, comprese quelle a statuto speciale istituite nel 1948 (Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige e Sardegna), non sono riuscite, sotto l'aspetto esteriore, a conquistare i gradevoli ammennicoli propri dell'ente siciliano. Al più, i valdostani hanno il «Consiglio della Valle», in luogo del consiglio regionale: una sciocchezza meramente nominale. Più gradevole il privilegio autoattribuitosi dai consiglieri regionali sardi: si fanno chiamare «onorevoli». Quando nel '63 fu istituita l'ultima regione a statuto speciale, il Friuli-Venezia Giulia, e poi nel '70 venne il turno delle quindici Regioni a statuto ordinario, l'unica sensibile parificazione fu l'attribuzione, ai consiglieri di alcune regioni, dell'agognato appellativo di «onorevole». In concreto, si trattava delle regioni meridionali, più il Lazio. Nel Lazio fungeva da facile traino l'uso, pluridecennale, dell'attribuzione del titolo addirittura ai consiglieri comunali (e provinciali, in sovrappiù). Altrove, i padani potrebbero polemicamente far riferimento allo spagnolismo meridionale. In Campania si arrivò ad inserire nel regolamento del consiglio, con molta accortezza, una norma relativa agl'interventi dei consiglieri, significando che nessuno potesse prendere la parola se prima non gliel'avesse data il presidente, anteponendo al suo cognome l'appellativo di «onorevole». Venne poi, dopo le modifiche impresse al titolo V della Costituzione, una corposa rivendicazione: l'uso del nomen iuris «parlamento» in aggiunta all'intitolazione (costituzionalmente obbligatoria) di consiglio regionale, col sottinteso palese che correntemente si sarebbe utilizzato solo la denominazione di «parlamento». Parallelamente si tentava di unire al nome di consigliere regionale la dizione di «deputato». L'ambizione, insomma, era considerare le regioni come fossero Laender tedeschi (ove la dizione ufficiale è, ad esempio, di «Libero Stato di Baviera», a capo del quale sta un «ministro-presidente») o cantoni svizzeri (l'intitolazione ufficiale è «Repubblica e Cantone Ticino»). Chiamarsi «deputati», darsi dell'«onorevole», definire il consiglio «parlamento», la giunta «governo», questo l'obiettivo: come si diceva, raggiungere il livello della Sicilia. Todos caballeros, o se si vuole una sorta di esercito di Franceschiello, nel quale fossero tutti ufficiali, anzi generali. A tagliare le unghie agli ambiziosi consiglieri giunsero ben due sentenze della Corte costituzionale, la n. 106 e la n. 306 del 2002. La prima inibì alla regione Liguria l'uso del termine «Parlamento della Liguria», la seconda vietò alla regione Marche di avere le dizioni statutarie «Parlamento delle Marche» e «consiglieri regionali-deputati delle Marche». Solo la rappresentanza politica nazionale può fregiarsi di un parlamento. Quanto alla Sicilia, la Corte attribuì, correttamente, alle contingenze storiche anteriori alla Costituzione l'uso di peculiari denominazioni. La bacchettata di palazzo della Consulta costrinse varie altre regioni, che stavano approvando nuovi statuti con le denominazioni di «parlamento» e di «deputati» (Calabria, Lazio, Toscana), a far marcia indietro. Come piccola vendetta, alcuni enti hanno aggiunto all'intitolazione consiglio regionale quella di «assemblea legislativa»; così le ricorrenti alla Corte, e poi sconfitte, regioni Marche e Liguria, così l'Emilia-Romagna. Rientra in questo tentativo di parificazione l'adozione di inni regionali (Marche, Sicilia, Valle d'Aosta), e poi di onorificenze regionali, di feste regionali e di altri attributi di quasi sovranità, del resto di recente rivendicati dalla Lega. Alcune regioni si sono rifatte sui siti internet. Quello della giunta piemontese usa tre sostantivi: «regione, Piemonte, governo». Il sito del giornale in rete del consiglio regionale toscano s'intitola «Parlamento.toscana». Quasi per spregio, è stato istituito un «Parlamento regionale degli studenti», così da svilire il termine. Ovviamente anche la Sicilia su internet si fregia del «Parlamento Siciliano». In verità, sembra che la rete consenta rivendicazioni ad ogni livello. Prendiamo i ministri senza portafoglio. Non sono preposti ciascuno a un ministero, bensì a uno o più dipartimenti presso la Presidenza del consiglio, quando addirittura non ricoprono un semplice incarico politico. La neo-ministra per il Turismo, Michela Vittoria Brambilla, aveva predisposto targa e carta intestata di un inesistente «Ministero del turismo»: Gianni Letta la richiamò al rispetto della legge, che non prevede un dicastero autonomo del Turismo, a sua tempo bocciato da un referendum. Mirko Tremaglia, uno dei principali artefici della sconfitta del centro-destra alle politiche del 2008, la targa del «Ministero degli italiani nel mondo» l'aveva fatta mettere nel palazzone della Farnesina, e pure su internet. Attualmente fuori regola sembrerebbe esserci il solo sito ufficiale di Renato Brunetta, che reca l'intestazione «Ministero per la pubblicazione amministrazione e l'innovazione», in luogo di quella, legittima, di semplice «ministro». Una curiosità. Non risultano presentati, in questa legislatura, progetti di legge per sopprimere il titolo di «onorevole». Nella scorsa legislatura ne furono depositati due: uno da Luigi D'Agrò (Udc), però ritirato; l'altro, mai esaminato, di un gruppo di deputati leghisti, primo firmatario Paolo Grimoldi, che prevedeva il divieto di usare il titolo di «onorevole» a deputati, senatori, consiglieri regionali e consiglieri provinciali, «anche se cessati dalla carica».



L'articolo di Marco Bertoncini pubblicato da Italia Oggi è inserito nella Rassegna Stampa presente nell'area ufficio Stampa.