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La politica non ama la laurea PDF Stampa
Mercoledì 04 Agosto 2010 13:40

Un terzo della Camera e un quarto del Senato senza studi universitari - CAPACITA INDIVIDUALI. Una domanda: è ragionevole non pretendere attestati da chi si candida a ruoli fondamentali di governo della cosa pubblica?

Secondo un'indagine Eurostat (European statistics on income and living conditions, 2005) soltanto il 31% delle nostre classi dirigenti ha una laurea in tasca, contro il 51% degli inglesi, il 58% dei francesi e il 65% dei tedeschi. C'è da sorprendersi se quest'infimo livello d'istruzione si riflette come in uno specchio nelle élite politiche? No, sorprenderebbe casomai il contrario. E infatti in parlamento s'incontrano 9 deputati e 7 senatori con la licenza media, ma in generale i senza laurea sono un terzo alla Camera e oltre un quarto al Senato. Con quali risultati? Quelli mostrati da un servizio delle Iene, apparso sulle reti Mediaset nel 2006. Quando per esempio il deputato Giuseppe Fini dichiarò che il Darfur non è altro che un fast food, mentre il suo collega Leonardo Martinello aggiunse che Guantanamo «è un carcere in Affanistan». Anche al governo, però, la laurea è spesso un optional. Senza andare troppo a ritroso, possiamo scattare un'istantanea sugli ultimi due esecutivi, guidati rispettivamente dalla sinistra e dalla destra. Il governo Prodi annoverava 18 sottosegretari senza laurea, un viceministro, 5 ministri. Quanto al governo Berlusconi, non hanno mai guadagnato la laurea 2 ministri, Umberto Bossi e Giorgia Meloni, insieme a un drappello di 9 sottosegretari. D'altronde la continuità con il passato è assicurata dai due fratelli Craxi: lui, Vittorio, sottosegretario agli esteri per Prodi con la maturità classica come traguardo degli studi; lei, Stefania, sottosegretario agli esteri per Berlusconi con un diploma al liceo linguistico. Naturalmente può ben darsi che un diplomato sia più colto, e anche più preparato, di chi conserva tre lauree nel cassetto. Resta il fatto però che senza questo titolo di studio ormai un po' tutti i mestieri ti lasciano fuori dalla porta. Perfino per cambiare le bende agli ammalati devi procurarti una laurea in scienze infermieristiche; non invece se punti alla poltrona di ministro della Salute. Lì basta e avanza la maturità classica, come dimostra Livia Turco (2006-2008). Ma può bastare anche la licenza media, come a sua volta testimonia il caso di Ottaviano Del Turco, promosso a ministro delle Finanze nel 2000, non proprio un dicastero all'acqua di rose. E a proposito delle competenze dei ministri. In questo caso vige una regola non scritta, e tuttavia sempre rispettata nella seconda Repubblica al pari della prima: niente laurea, o altrimenti laurea a casaccio. Cominciò De Gasperi insediando Mario Cingolani, con una laurea in chimica, al dicastero dell'Aeronautica (1946-1947). Un precedente successivamente replicato da Gianni De Michelis, anch'egli dottore in chimica industriale, che negli anni 80 è stato ministro di tutto salvo che dell'Industria. In compenso Sanità e Giustizia sono finite in mano agli ingegneri (Ripamonti, 1968-1970; Castelli, 2001-2006), così come l'Industria ai laureati in filosofia estetica (Zanone, 1986-1987), le Politiche comunitarie ai professori di fisica (Mattioli, 2000), le Partecipazioni statali ai dottori in lingue (Piccoli, 1970-1972), i Trasporti ai docenti di storia (Signorile, 1983-1987), il Turismo ai matematici (Di Lazzaro, 1987), l'Agricoltura ai geometri (Marcora, 1974-1980) oppure ai laureati in lettere (Poli Bortone, 1994). Da qui un punto di domanda: è giusto o no che la politica sia l'unico mestiere per cui vale l'autocertificazione? È lecito distribuire a casaccio i dicasteri, senza curarsi delle (in)competenze individuali? È ragionevole non pretendere attestati da chi si candida a un ruolo di governo? Se il risultato consiste nel potere degli inetti, la risposta - tonda e sonora - dovrebbe essere "no". Anche se tale esigenza è in odore di fascismo, proprio così. Fu il Regime infatti ad inventare la Camera dei fasci e delle corporazioni, unendo con un cordone ombelicale le professioni alla politica. Di quell'esperienza non avvertiamo affatto la mancanza, così come non ci manca il criterio in uso durante l'Ottocento, che selezionava eletti ed elettori in base al censo e all'istruzione. Un sistema autoritario, o altrimenti aristocratico: la soluzione parrebbe disperante. Tuttavia non è affatto vero che in democrazia va sempre al potere l'ignoranza, che se ai nostri giorni incrociamo così pochi dottori fra i banchi del Palazzo è tutta colpa del suffragio universale. In primo luogo perché un Paese d'antiche tradizioni democratiche come il Regno Unito fino al 1948 attribuiva ai laureati il voto multiplo, facendoli votare sia nel collegio di residenza che in quello accademico. In secondo luogo perché pure in Italia, fino al 1981, la legge richiedeva espressamente il requisito dell'alfabetismo per l'eleggibilità a consigliere comunale. Ma soprattutto perché l'impoverimento culturale dei politici italiani è un fatto più recente, si manifesta all'incirca dopo gli anni 80. Quando per la prima volta nella nostra storia nazionale due presidenti del Consiglio - Bettino Craxi (1983-1987) e Massimo D'Alema (1998-1999) - entrano a palazzo Chigi con un diploma di maturità. E quando al contempo s'inabissa il livello d'istruzione dei nostri rappresentanti in Parlamento. Secondo una ricerca curata da Giovanni Sartori, Bel 1909, in seno all'ultima Camera eletta a suffragio ristretto, i laureati erano il 79%; una percentuale non troppo diversa dal numero di dottori presenti in Assemblea costituente (il 74,2%), dopo la prima elezione a suffragio universale. D'altronde, queste percentuali si mantengono inalterate durante le prime legislature dell'età repubblicana; se in seguito diventano un ricordo, benché nel frattempo cresca il numero d'italiani con un titolo di studio superiore, allora non è il caso di prendersela con le regole della democrazia. La conclusione? C'è da ripensare il concetto stesso di rappresentanza, esigendo qualche competenza in chi reclama il nostro voto. C'è da porre un argine alla politica come professione, dunque ai professionisti della raccolta elettorale, gente che non ha un mestiere cui tornare dopo l'intervallo di governo, e che perciò s'inchioda alla poltrona per tutti i secoli a venire. In breve, c'è bisogno d'una cura contro il potere degli inetti.

L'articolo di Michele Ainis pubblicato da Il Sole 24Ore è inserito nella Rassegna Stampa presente nell'area Ufficio Stampa.