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Cappellacci vota Sì ma sull’energia regna troppa confusione PDF Stampa
Giovedì 09 Giugno 2011 08:03

Cagliari. E adesso puntano sul fotovoltaico. Nella fiera degli annunci sul fronte della politica energetica, che vede la Regione primeggiare nel primato dei cambi di rotta dal 2004 a oggi, uno all’anno, per motivi nobili o profani, a ridosso del referendum sul nucleare di domenica e lunedì, la giunta prova a estrarre dal cilindro la carta del fotovoltaico.

Una scelta, come quelle che l’hanno preceduta che risponde poco a ragioni di politica industriale e molto al contingente.

Da molti mesi a questa parte la politica energetica della Regione si dipana attraverso annunci, a effetto o di basso profilo, che messi in fila non lasciano intravvedere alcun disegno.

 

 

Tutto ciò accade proprio nel settore più delicato delle politiche di sviluppo.

 

 

La carta energetica, in tutte le aree periferiche europee, dall’Islanda al Portogallo, sino ai paesi dell’ex blocco sovietico, è stata la prima ad essere affrontata, e poi, una volta definita la strada, si è compiuto il passo successivo: utilizzare il surplus eventualmente prodotto dalla fonte primaria di energia, con programmi definiti, priorità condivise, fondi certi e adeguati, per far camminare velocemente l’apparato industriale locale.

 

 

Da noi tutto ciò è limitato alla fase degli annunci. Lasciando da parte la querelle sull’eolico, che ha visto impegnato in multipli ruoli lo stesso Cappellacci, nel giro di pochi mesi la Sardegna si è distinta per un rinnovato spirito controcorrente rispetto alle scelte del governo nazionale. Uno spirito che ha avuto la sua più alta esposizione mediatica con il referendum consultivo contro il nucleare.

 

Adesso si torna a votare, e la giunta ribadisce il suo impegno per il no al nucleare. Lo fa a parole, e con gli slogan. L’ultimo di ieri riguarda il Progetto Sardegna CO2.0, che punta addirittura a trasformare la Sardegna nella regione più pulita d’Europa, con lo sviluppo della green economy e l’azzeramento delle emissioni inquinanti.

 

Prima di questo c’è stato il rilancio del progetto integrato miniera-centrale per la Carbosulcis, e da ultimo il fotovoltaico, con una recente delibera che prevede un nuovo piano energetico regionale. Dietro questi fuochi d’artificio mediatici dovrebbe esserci una strategia, che vede nel no al nucleare il suo punto fermo.

 

 

In realtà sul settore energetico la Regione ha corso molto, lasciandosi dietro il governo e non accorgendosi delle azioni compiute dall’esecutivo anche in questi giorni.

 

Azioni che vanno nella direzione opposta a quella auspicata dalla Regione, sul carbone ad esempio, e trasformano ancor più la politica sarda in una fiera degli annunci, subalterna alle volontà romane. Il nuovo piano.

 

 

Improvvisamente la Regione vede la necessità di un nuovo piano energetico. Rimanendo alle motivazioni tecniche che ne giustificherebbero l’esigenza, il disegno di legge della giunta disegna un’isola con una montagna di eolico (mille megawatt di potenza efficente), tanto termoelettrico (2627), 220 megawatt distribuiti in una miriade di piccoli impianti fotovoltaici, e uno spicchio di impianti a biomassa. A tutto questo si sommerebbe il presunto isolamento del sistema elettrico, che renderebbe «il sistema elettrico condizionato dalla capacità di esportazione».

 

 

Un sistema isolato secondo la Regione; un sistema aperto, con una cessione continua di energia tramite il Sapei verso la penisola secondo i dati del Gestore del Mercato Energetico. Oggi Enel ed Eon riescono a mandarne sui 250 megawatt oltre tirreno, la metà della potenzia in entrata del solo Sapei.

 

La riprova si ha dal prezzo, ridottosi rispetto al passato, e adesso in linea con la media nazionale perché le società produttrici di energia adesso possono esportare e i pochi che non hanno contratti bilaterali (cioè esclusivi, come quelli che hanno Alcoa e Portovesme srl) possono acquistare l’energia anche da operatori oltretirreno.

 

La Regione però ha necessità di credere nella limitata capacità di esportazione dell’energia elettrica, perché così può giustificare la vera ragione del disegno di legge: bloccare nuovamente l’eolico, in quanto instabile dal punto di vista della distribuzione, e puntare sul fotovoltaico, definito meno invasivo e utilizzabile sia dal privato che dalle imprese. Non importa se l’ultimo conto energia ha reso meno conveniente il fotovoltaico.

 

 

Se si dice addio all’eolico, si salutano anche le biomasse (quelle ipotizzate a Porto Torres per sostenere la centrale a supporto della cosiddetta chimica verde).

 

«Appare molto difficile ipotizzare una filiera locale di produzione di energia per impianti di tali dimensioni, mentre risulta evidente che occorre far ricorso massiccio all’importazione di olio e biomasse legnose di provenienza extraisolana vanificando di fatto gli obiettivi di sostenibilità ambientale ed energetica». Ma mentre la Regione fa e disfa la sua tela, il governo coerentemente, disegna uno scenario che non prevede l’uso del carbone come risorsa strategica, agevolando il nucleare anche nell’isola, nonostante il referendum consultivo di due settimane fa abbia detto il contrario. Il carbone.

 

 

Il venerdì precedente il primo turno delle elezioni, la giunta regionale ha provato a rispolverare il progetto carbone pulito, ipotizzando un bando di gara entro questo mese per un centrale che dovrebbe utilizzare il carbone Sulcis, ma senza immissione di sostanze nocive per la presenza di un impianto di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica. Cosa è dato sapere di questo progetto? Nulla, se non che «se la gara andrà deserta si andrà verso la trattativa privata o si dovrà intervenire in modo drastico sulla miniera».

 

 

Sono queste le parole dell’assessore all’industria Oscar Cherchi, che non ha però aggiunto che l’Europa, se chiuderà presto a favore della Carbosulcis il contenzioso sugli ultimi finanziamenti ricevuti dal governo, non vuole trucchi sul futuro della miniera. Gli uffici di Bruxelles hanno ribadito che i fondi comunitari potrebbero arrivare solo in caso di piano innovativo, da inserire in una strategia nazionale, altrimenti ci sono solo gli aiuti alla chiusura. In ogni caso il vecchio sistema di incentivi, che ha consentito alla miniera di sopravvivere sino a oggi non potrà più essere riproposto: è già stato bocciato. Il governo.

 

E a fronte di questo scenario, cosa fa il governo? Approva un decreto legislativo, che recepisce l’ultima direttiva europea sulla sicurezza energetica, “dimenticandosi” del carbone.

 

 

Invece di fare come la Spagna, che ha inserito il carbone tra le materie prime strategiche, l’esecutivo ha ignorato questa opportunità, come ha ignorato i processi tecnologici innovativi e “puliti” messi in campo da Carbosulcis. Insomma, da una parte il governo dice di credere nel carbone, dall’altra lo ignora (pur sapendo che l’Europa ne finanzia ricerca e sviluppo).

 

 

Le ragioni? Economiche: da Roma, se il progetto carbone dovesse andare avanti, devono arrivare tanti milioni di euro. «vorremmo sapere perché il governo ignora il carbone, e la Regione non alzi la voce su questo tema», precisa il senatore Pd Francesco Sanna che chiede lumi a Tremonti.

 

 

Il referendum, in uno scenario dove la confusione regna sovrana, e l’unica certezza è la volontà del governo di favorire comunque l’atomo, potrà servire a scoprire molte carte, e qualche bluff.

 

 

La Nuova Sardegna del 9. 6.2011