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Chimica bio: da Milano il futuro della chimica sarda? PDF Stampa
Lunedì 13 Giugno 2011 08:01
Dopo la firma del protocollo tra gli Enti locali e i sindacati, Eni e Novamont scommettono su un territorio che è stato maltrattato, riempito di veleni e poi ridimensionato sino a trasformarlo in un cimitero di fabbriche chiuse.
Si riparte, ancora dalla chimica, ma questa volta green.
Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda di chi lo guarda.
E c’è anche chi lo vede completamente asciutto. È una sfida, su questo sono tutti d’accordo... 

 

 

A Milano sarà costituita la newco Eni-Novamont per il progetto sulla chimica bio.


SASSARI
Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda di chi lo guarda. E c’è anche chi lo vede completamente asciutto. È una sfida, su questo sono tutti d’accordo.
Che sia vincente o suicida, a dirlo saranno il tempo e la serietà degli investitori.
 
Eni e Novamont scommettono su un territorio che è stato maltrattato, riempito di veleni e poi ridimensionato sino a trasformarlo in un cimitero di fabbriche chiuse. Si riparte, ancora dalla chimica, ma questa volta green.
 
Oggi a Milano sarà costituita la newco per il Polo verde di Porto Torres, primo passo per riempire di contenuti il bicchiere della discordia. Il primo segnale, positivo, è il rispetto dei tempi annunciati.
 
 
Il 25 maggio, a Roma, al momento della firma del protocollo d’intesa con gli enti locali e i sindacati, Eni e Novamont dissero che la newco sarebbe stata costituita a breve scadenza, al massimo entro venti giorni.
 
Ne sono passati diciotto. È una conferma della volontà, da parte degli investitori, di rispettare il calendario stabilito, che prevede l’avvio dei lavori entro la fine del 2011 e il completamento dell’intervento complessivo in sei anni.
 
Da qui al 2017 la defunta area industriale di Porto Torres dovrebbe ospitare sette impianti per la produzione di bioplastiche (come sacchetti e posate in Mater-bi), monomeri e lubrificanti bio, più una centrale elettrica a biomasse da 40 MW alimentata da colture intensive, preferibilmente cardi, da piantare su 20mila ettari dislocati all’interno dell’intero territorio regionale.
 
 
Una centrale con caratteristiche simili a quella che Agripower vuole costruire a Buddusò, e contro la quale è insorta la popolazione attraverso un referendum. A Porto Torres il vero nodo della questione non è il rischio inquinamento, o almeno non è il principale.
Ci sono i comitati, i gruppi di ambientalisti e diversi studi a predicare prudenza: gli esperti fanno l’elenco degli agenti inquinanti prodotti dalla combustione di biomasse (come ossido di carbonio e di azoto, polveri sottili, formaldeide, benzene) e poi si domandano che fine faranno le ceneri, altamente tossiche. In sottofondo, la paura più grande: che invece dei cardi, nel caso la produzione si rivelasse insufficiente, nella centrale si finisca per bruciare qualcos’altro.
A Porto Torres, in un’area dove lavoro da sempre fa rima con fabbrica, su questi dubbi prevale una necessità impellente: quella di salvare il salvabile, garantendo (almeno) gli attuali livelli occupazionali e creando una prospettiva di futuro in un territorio aggredito dalla disoccupazione e che non riesce a individuare una vera alternativa all’industria.
E la chimica verde, al momento, è vista come l’unica ciambella alla quale aggrapparsi per cercare di non affogare. Così la pensano le istituzioni locali, i sindaci di Porto Torres, Sassari e Alghero, e il presidente della provincia Alessandra Giudici. Che a Roma, il 25 maggio, hanno firmato a denti stretti il protocollo d’intesa che chiude una pagina lunga 50 anni e ne apre un’altra, ancora tutta da scrivere. Hanno firmato perché non si può sbattere la porta in faccia a una progetto da 1,2 miliardi, e soprattutto perché non c’è un altro investitore, dietro l’angolo, a proporre qualcosa di più convincente.
Chimica verde o niente, prendere o lasciare, ha detto l’Eni in coro con Novamont, e se dovete prendere fatelo in fretta, «altrimenti ce ne andiamo da un’altra parte». Non solo: l’altra condizione imposta è la chiusura del cracking e degli impianti del Petrolchimico, gestiti dall’Eni e in perdita cronica da anni: la chimica tradizionale, dice Novamont ed Eni sottoscrive, non è compatibile con quella bio, soprattutto con il Centro ricerca (finanziato con 50 milioni di euro) focalizzato sullo sviluppo di nuove tecnologie per la chimica verde.
Anche su questa partita, che si ripercuote essenzialmente sui lavoratori dell’indotto (circa 600), le istituzioni e i sindacati (contraria la Cgil provinciale) hanno dovuto capitolare: per i vecchi impianti la chiusura è dietro l’angolo, le fermate potrebbe iniziare già entro la fine di giugno. Consola il cosiddetto addendum, cioè il documento allegato al Protocollo d’intesa: una nota aggiuntiva fortemente voluta dagli enti locali e condivisa dal governatore Cappellacci (fra i pochi entusiasti del polo verde) che prevede di attivare un tavolo di coordinamento regionale.
Tra le sue funzioni, il monitoraggio e il coordinamento dell’operazione, con particolare attenzione ai lavoratori dell’indotto e del sistema delle imprese locali «da utilizzare negli interventi di bonifica e costruzione dei nuovi impianti, anche attraverso la costituzione di un’apposita agenzia regionale».
La sfida è partita, se c’è una possibilità di ridare speranza a un’area già data per morta, bisogna sapersela giocare al meglio.
Da: La Nuova Sardegna.