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In Sardegna tutti gridano vittoria PDF Stampa
Martedì 14 Giugno 2011 08:10
Ma per il centrosinistra il voto segna la fine del governo regionale.
Cappellacci rifiuta una lettura strettamente politica e insiste sulla conferma della scelta contro il nucleare.
Ma sugli altri quesiti la giunta minimizza.
Per i referendari sardi è una vittoria senza precedenti.
Cagliari. L’elettorato ha risposto senza manifestare stanchezza.
Il voto corrisponde al successo del 18 aprile 1993 quando gli elettori risposero sì sulla volontà di modificare la normativa per l’elezione del Senato, una riforma che avrebbe segnato il sistema dello Stato. Stavolta è un addio al nucleare ed è un messaggio preciso al governo.
Il Centrosinistra esulta mentre il Centrodestra minimizza.
Rinchiuso a Villa Devoto per cercare di sanare i guai della maggioranza nell’isola in vista della riunione del Consiglio regionale di oggi, il presidente Ugo Cappellacci punta sul nucleare: «Per la seconda volta nel giro di un mese il popolo sardo ha espresso la propria contrarietà netta al nucleare», afferma il governatore, «e lo ha fatto con un pronunciamento assolutamente rilevante».
Non è un caso, spiega il governatore, che l’isola punti su CO2.zero una nuova società che racchiude la scelta della difesa dell’ambiente: «La Sardegna ha consegnato il nucleare al passato», dice Cappellacci, «e ha intrapreso con risolutezza la strada dell’economia verde e delle energie rinnovabili.
Desideriamo per i nostri figli e i nostri nipoti un futuro in cui possano crescere, lavorare e realizzare il proprio percorso di vita in un ambiente salubre, con paesaggi straordinari e nel rispetto dei nostri valori tradizionali».
Assodata la posizione sull’energia nucleare che Cappellacci aveva già manifestato in precedenza, in occasione del referendum regionale sul nucleare, la Giunta minimizza sugli altri referendum e, in particolare, su quello del legittimo impedimento. Sul quesito che riguardava direttamente il presidente Berlusconi, Cappellacci aveva invitato a non ritirare la scheda. Una sconfitta, come sostiene il segretario del Pd, Silvio Lai, (si veda l’articolo pubblicato sotto)?
Il capogruppo del Pdl, Mario Diana, respinge le critiche: «I referendum costituiscono l’espressione più alta della democrazia, non si può pensare di utilizzarli strumentalmente per cercare di delegittimare la maggioranza di turno». Anche Diana batte sull’esito del referendum nucleare: «La vittoria di una mobilitazione guidata dal presidente Cappellacci», afferma Diana, «i sardi hanno scelto di premiare le politiche innovative in materia di energia e rispetto dell’ambiente messe in campo dalla Giunta regionale».
Con il segretario del Pd, Lai, polemizza anche il vice coordinatore del Pdl Settimo Nizzi: «Al referendum hanno partecipato numerosi elettori del centro-destra ai quali non passerebbe mai per la testa l’idea di consegnare l’Italia a Vendola o la Sardegna a chi in cinque anni», afferma Nizzi, «ha dimostrato, in nome di uno pseudo-decisionismo inconcludente, di non avere nessuna autorevolezza e nessuna competenza per governare».
Per il capogruppo del Pd, Mario Bruno, siamo in presenza di «un risveglio della democrazia perché i cittadini, di fronte a un problema serio come quello dell’energia nucleare, hanno manifestato una decisione netta».
E poi, andando oltre alle questioni di merito, c’è il lato squisitamente politico del voto referendario: «È il disallineamento», spiega Mario Bruno, «tra le scelte del popolo e quelle del governo nazionale. Su questo si inserisce la ricaduta sulla Giunta che del berlusconismo aveva fatto un riferimento». Per Paolo Fadda, deputato del Pd, il voto dimostra come ormai «il presidente Berlusconi non sia per nulla in sintonia con le aspettative dei cittadini.
Del resto sono stati i suoi stessi elettori a bocciare le aspettative del premier, disobbedendogli dall’invito a non votare». E a coloro che sostengono che, nonostante le sberle elettorali Berlusconi non si dimetterà, Paolo Fadda risponde: «Certo, è la prova che non interpreta nemmeno i desideri del suo elettorato».
Per Caterina Pes, deputata pd, «il paese non ne può più. Il risultato dei quattro quesiti è la prova che il Paese si è stancato dei decreti ad personam pensati per soddisfare gli appetiti di un uomo solo e della sua parte politica». Che sia un colpo al berlusconismo lo sostiene anche Chicco Porcu, consigliere del Pd: «Erano quindici anni che un referendum non raggiungeva il quorum e, al di là dei singoli quesiti referendari che riguardavano temi importanti come l’acqua pubblica, il nucleare e le leggi ad personam, non si può non cogliere un messaggio forte uscito dalle urne: il Paese è stanco di Berlusconi».
Ma per Chicco Porcu le ricadute hanno effetto sulla Giunta Cappellacci: «Il presidente non può far finta di nulla, non può chiamarsi fuori dalla sconfitta, lui che è stato un’invenzione politica di Berlusconi».
Federico Palomba, senatore e coordinatore regionale dell’Idv, afferma l’orgoglio dell’Italia dei Valori che ha dato il via ai referendum raccogliendo due milioni di firme un anno fa. «I fatti ci hanno dato ragione», afferma Palomba, «dimostrando che chi non ci credeva non aveva capito i sentimenti degli italiani e la loro voglia di cambiamento.
In modo particolare sul legittimo impedimento, battaglia tutta nostra che colpisce al cuore la pretesa del premier di stare al di sopra della legge». Antonio Satta, segretario dell’Unione popolare cristiana ritiene che «dai sardi sia arrivato un grande risultato, al di sopra della media nazionale, segno che i temi su cui si è votato era considerati vitali anche per la nostra isola». Laura Stochino, segretario regionale di Rifondazione Comunista, commenta: «Nonostante gli inviti all’astensione e a disertare le urne l’affluenza al voto in tutta l’isola è stata molto elevata.
Rifondazione comunista plaude alla vittoria del sì e auspica che i protagonisti della battaglia referendaria diventino in Sardegna e in Italia soggetti politici attivi per il rinnovo e il cambiamento della politica regionale e nazionale». Un concetto, questo, che ha spinto il segretario di Sel, Michele Piras, a chiedere le dimissioni di Cappellacci il cui slogan durante la campagna elettorale era stato: «La Sardegna torna a sorridere». E Piras ironizza: «Cappellacci consideri l’opportunità di restituire ai sardi il sorriso e soprattutto un sospiro di sollievo».
 
La Nuova Sardegna del 14.06.2011