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Milano, Roma e la Sardegna, l'ultimo abbraccio a Comincioli PDF Stampa
Giovedì 16 Giugno 2011 10:09
Romano ComincioliMilano. Celebrato a Sant'Ambrogio il funerale del senatore Comincioli.

Lui, Romano Comincioli, sarebbe stato felice di vedere quanta gente gli ha voluto bene.
Chissà se - si chiedeva ieri l'abate Erminio De Scalzi - «la nostra vita continua anche dopo la morte»...
Perché da qualche parte il senatore avrà sorriso, ieri mattina, osservando il suo vecchio compagno di scuola in lacrime, in piedi, fuori dalla basilica di Sant'Ambrogio, stringere la mano a tutti quelli che avevano partecipato alla cerimonia funebre.
Come un parente stretto, Silvio Berlusconi ha indossato gli abiti del fratello, dell'amico più caro, lasciando da parte ironia e battute facili in un giorno per lui triste.
Romano ComincioliAlle undici in punto, nella chiesa più cara ai milanesi, ha fatto il suo ingresso la bara di Romano Comincioli, ricoperta da una grande corona di rose rosse.
La basilica si era riempita da poco, con i due ingressi presidiati dai commessi del Senato, inflessibili nel distribuire o negare i posti.
Il senatore, morto martedì all'alba nell'ospedale milanese San Raffaele, aveva 75 anni.
Era il questore di Palazzo Madama, ma soprattutto è stata la figura più ascoltata degli ultimi anni nel Pdl sardo, e non solo.
IN CHIESA
Quanti, ieri a Sant'Ambrogio, hanno pianto e magari anche sorriso, ricordando aneddoti, favori, consigli e terribili rimbrotti.
Quella Milano così vicina a Roma e quella Sardegna politica e imprenditoriale che lo ha visto protagonista in negativo ma anche al potere, gli hanno tributato un saluto affettuoso.
Il primo ad arrivare è Ugo Cappellacci, che varca il grande portone alle 9.30.
Rimane da solo per oltre un'ora, mentre le prime file cominciano a riempirsi. Prima di essere accompagnati fuori, alcuni turisti osservano sbalorditi le operazioni di bonifica dei banchi delle autorità, con i cani anti-esplosivo guidati in una perlustrazione a tappeto. La basilica è piena di agenti, in borghese o in divisa, tradizionale spiegamento di forze quando sono concentrate così tante personalità di Stato.
Un istante prima dell'arrivo del feretro, la folla scorge nel lato destro del sagrato un gruppo di persone che a passo svelto raggiunge in silenzio la prima fila. Il premier, circondato da una decina di uomini della scorta, prende posto accanto ai familiari di Comincioli.
Arriva in largo anticipo il presidente del Senato Renato Schifani, poco dopo il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri e il vicepresidente Gaetano Quagliariello.
Ci sono una ventina di senatori del Pdl (nel gruppo sono 130), fra loro Ombretta Colli, ecco la vicepresidente leghista Rosy Mauro, il ministro Mariastella Gelmini, il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, la presidente del Consiglio regionale sardo Claudia Lombardo, i deputati del Pdl Mauro Pili e Salvatore Cicu, il senatore Fedele Sanciu, l'ex sindaco di Cagliari Emilio Floris, l'assessore all'Industria Oscar Cherchi, i consiglieri regionali del Pdl Carlo Sanjust e Antonello Peru.
Poi l'esponente nuorese del Pdl Bebo Galizia, uno degli amici più cari di Comincioli. Arrivano il direttore del Cacip Oscar Serci, il commissario dell'Ato Francesco Lippi, il sindaco di Quartu Mauro Contini, l'assessore regionale della Lombardia Stefano Maullu. Sono questi ultimi i fedelissimi, quelli a cui era toccato l'onore del soprannome, gli amici sardi che sentiva costantemente.
Valutazioni, strategie, «o magari un semplice saluto», ricordano commossi. Assente la moglie Liliana, erano presenti i figli Barbara e Vittorio. In quinta fila, il fratello del presidente del Consiglio, Paolo, Marina Berlusconi, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri. Non sono mancati il presidente del Genoa e re dei giocattoli Enrico Preziosi, l'imprenditore Stefano Ricucci (arrivato con Cicu) e alcuni rappresentanti delle famiglie milanesi di potere.
 In lacrime per tutta la cerimonia lo staff di Comincioli, le sue segretarie del Senato così abili a disegnare un'agenda di incontri che doveva tenere conto di rivalità, inimicizie e accordi segreti.
Circondato dall'affetto del vasto clan isolano anche il giovanissimo olbiese Alessandro Altana, che il senatore aveva deciso di far studiare e crescere all'ombra della politica.
LA MESSA
Celebra l'abate De Scalzi, amico di vecchia data di Comincioli.
Ai lati della bara, un picchetto di commessi del Senato. In piedi, in ordine sparso, sette compagni di scuola del senatore e del premier, gli stessi che alla fine del funerale resteranno per oltre mezz'ora a chiacchierare con Berlusconi, al riparo da occhi e orecchie, in un angolo del sagrato.
È il secondo funerale “di classe” in due anni, dopo quello del senatore Luigi Scotti. Nella breve omelia, dopo essersi soffermato sul significato della separazione dalla vita («Se tutti pensassero un po' più alla morte, saremmo tutti più buoni»), l'abate ha ricordato la figura di Comincioli: «Era un signore, un uomo disponibile, ecco perché dal mondo politico arriva una gratitudine trasversale».
Al momento della comunione, si muovono in tanti anche dai banchi dei politici.
Fuori dalla basilica, fra i tanti che aspettano il passaggio della bara (e magari vogliono incrociare Berlusconi) c'è il manager dello spettacolo Lele Mora. Chiacchiera con un paio di amici, a poca distanza c'è il premier che invece ignora tutti, abbraccia i suoi vecchi compagni dei Salesiani e con loro resta per un bel po', mentre la bara è già nell'auto e tutti i presenti hanno lasciato il sagrato da tempo.
«Romano lo conosco da quando mi fregava le merendine, tutto quello che ho fatto l'ho condiviso con lui», sussurra ai (vecchi) amici della scuola.
IL RICORDO
Mentre i familiari accompagnano il senatore in cimitero, Berlusconi (con Pili) raggiunge l'aeroporto militare per rientrare a Roma, dove è in corso una votazione.
«Era il vero collante delle varie anime del Pdl», ricorda l'assessore Cherchi; «uomo di grande equilibrio».
Piangono in tanti, da Cappellacci a Pili, Emilio Floris sottolinea le parole di Berlusconi, pronunciate poco prima: «Era un riferimento».
Settimo Nizzi, da Montecitorio: «È stato, nei fatti, uno dei padri della nuova generazione politica, quella nata nel '94». Un'eredità pesante.
L'Unione Sarda del 16 giugno 2011.