Home Ufficio Stampa Al Poligono di Quirra parlano i pastori: «Così ci rovinate»
Al Poligono di Quirra parlano i pastori: «Così ci rovinate» PDF Stampa
Venerdì 24 Giugno 2011 08:08

La rabbia dei pastori esplode a Lanusei "sul caso Quirra".  

Una manifestazione, che ha coinvolto centinaia di persone, si è svolta ieri davanti al tribunale:
tutti contro lo sgombero del Poligono.
Offerti 180 chili di formaggio alla folla. E il presidente Gorjan promette: raccoglierò le vostre istanze...
La rabbia dei pastori: «Così ci rovinate»
 
 
 
LANUSEI. Alle 9.20 di ieri, dopo aver dato disposizioni per sistemare davanti al tribunale la sua ristretta delegazione di pecore impaurite giunte da Quirra, Marco Agus, 51 anni, trentacinque dei quali trascorsi con orgoglio tra le capre del poligono, si sistema la lunga barba scura e agita un grosso campanaccio.
Il nome, lo sbaglia giusto di una lettera, forse confondendolo con quello della nota cantante, ma i presenti capiscono comunque a chi si sta rivolgendo. «Fiordalisoooo - urla con tutta la voce che ha in gola, mentre trecento colleghi allevatori lo guardano stupiti - affacciati». Comincia così, con il suono possente dei campanacci e un invito deciso rivolto al procuratore di Lanusei, la prima manifestazione unitaria convocata dalla Coldiretti davanti al Palazzo di giustizia ogliastrino per gridare la rabbia dei pastori sfrattati dal poligono di Quirra.
Gorjan e il formaggio. Finisce - dopo quattro ore di sindaci sconfortati, 180 chili di casu agedu Quirra doc distribuiti ai presenti e la foto di un porcellino malformato che gira tra la folla - con il presidente del tribunale di Lanusei, Sergio Gorjan, che addenta volentieri un pezzo di formaggio prodotto con il latte delle pecore che pascolano nel poligono.
Glielo allungano i vertici della Coldiretti e una delegazione di pastori che avevano chiesto udienza. «Presidente - esordiscono i componenti dell’associazione, Luca Saba, Vincenzo Cannas e Aldo Manunta - la situazione è tragica: il settore è in ginocchio. Se non arriva la proroga, le aziende non sanno cosa fare». Gorjan ascolta tutto, in silenzio e con attenzione. Sbocconcella con eleganza il formaggio e poi lo dice: «Raccoglierò le vostre istanze».
Da uomo delle istituzioni, del resto, di più non può fare. I primi tre ricorsi. Poco prima, nel bel mezzo di una giornata davvero campale per la giustizia ogliastrina, tre intraprendenti allevatori di Quirra, assistiti dall’avvocato Marco Pilia, avevano presentato i primi tre ricorsi contro il decreto di sgombero. Sono le prime richieste presentate con tutti i crismi di legge, dopo quelle delle scorse settimane respinte dal gip Paola Murru. Nei prossimi giorni, su questi ricorsi, i giudici si dovranno pronunciare.
Nel frattempo la Coldiretti continuerà a raccogliere le domande degli aspiranti “ricorrenti”. Potrebbero confluire tutte in una sorta di class action contro lo sgombero. Secondo le attuali disposizioni dovrà avvenire entro il 20 luglio.
«Affacciati, Fiordalisi». Per il resto, la giornata di ieri, è davvero una giornata campale. Le danze cominciano di buon’ora e in perfetto orario, intorno alle 9, con la Coldiretti che sistema diversi gazebo gialli per riparare la folla dal sole cocente e organizza la preparazione del formaggio di Quirra. Il traffico, nella via centrale di Lanusei, è bloccato per circa cinquecento metri. Le auto piene di allevatori iniziano ad arrivare. Perdasdefogu, Arzana, Tertenia, Villaputzu, Villagrande e dintorni, Rsu dei lavoratori del poligono, sindacalisti della Vitrociset: non manca nessuno.
Con loro, arrivano anche le quindici pecorelle “di rappresentanza” portate da Marco Agus. E 180 chili di fresco cas’agedu che il buon Sandro Demontis ha preparato dalla sera prima nel suo ovile di Perdasdefogu. «Altro che uranio» dice, circondato dai suoi colleghi delle campagne vicine. «Affacciati, Fiordalisi, fatti vedere» grida Marco Agus.
Non sa che a pochi metri di distanza, nell’aula gup del primo piano, il procuratore è alle prese con un’altra bella gatta da pelare: la fine dell’udienza preliminare per l’inchiesta Fiori-Giamattei-Buttau. Ma gli allevatori, imperterriti e decisi, continuano: campanacci, fischietti, slogan gridati con forza, cercando di scrutare se ai piani alti qualcuno, alla fine, si affaccia davvero.
La rabbia dei sindaci. A metà mattina, su un camion trasformato per l’occasione in palco, i sindaci del territorio agguantano il microfono. È un rosario di sconforto, rabbia e dolore. Walter Mura, primo cittadino di Perdasdefogu, della protesta è ormai il vero veterano. Racconta sei mesi di travaglio, ammette che la sera precedente, per chiamare a raccolta quanti più compaesani possibili a Lanusei, ha spedito «800 messaggini con il telefonino».
Accusa chi, in questi lunghi mesi ha spesso parlato a sproposito, senza averne alcun titolo, e «basi scientifiche». Cita, per fare un esempio, «il famoso agnello a due teste». Dice che «nessun organo istituzionale ha certificato da dove arriva». «Chi pagherà tutto questo? - si chiede - chi ripagherà i pastori, i cittadini, noi tutti? Non bisogna mischiare il problema delle servitù militari con quello della salute pubblica: è profondamente sbagliato.
La stessa commissione di tecnici che ha fatto la relazione sul poligono a titolo gratuito ha appurato che su 13mila ettari di terreno, i problemi, al massimo, riguardano seicento ettari». «Al primo posto - dice il sindaco di Villagrande, Giuseppe Loi - va messa la salute delle persone. Il primo danno attuale, però, è per il territorio e per le aziende. Lo Stato deve riconoscere degli indennizzi, e se le esercitazioni continuano, devono essere fatte con un protocollo chiaro». «Il problema è anche nostro e delle coste - spiega il vicesindaco di Villaputzu, Giancarlo Porcu - noi abbiamo novemila ettari di servitù militari: davvero mi riesce difficile pensare che siano tutti contaminati». «Io non credo che ci sia tutto questo inquinamento - afferma, invece, Gianfranco Puddu, presidente della coop vitivinicola di Tortolì - agnelli castigaus, del resto, ne sono nati dappertutto».
«Non stiamo chiedendo l’impossibile - conclude, invece, il direttore regionale Coldiretti, Luca Saba - diciamo solo che non è possibile che 13mila e 200 ettari di territorio siano tutti contaminati. Se è lo Stato che ha sbagliato, è lo Stato che deve pagare».
La Nuova Sardegna del 24.06.2011