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Ecco a voi i costi della politica! PDF Stampa
Giovedì 30 Giugno 2011 06:02

Il Consiglio della Autonomie Locali della Sardegna ha fatto una piccola indagine sui principali articoli della carta stampata e del Web su "I Costi della politica".

Per offrirvi una panoramica su questo argomento che fa discutere, abbiamo sintetizzato alcuni interventi nel seguente resoconto che riporta le varie affermazioni degli esperti e dei proragonisti della politica italiana. Buona lettura.

 

 

 

Nessun moralismo: tagliare per crescere. C'è bisogno di politica. In Europa e soprattutto in Italia.

 

 

 

La politica come capacità di scegliere e guidare «per rendere possibile ciò che è giusto, ciò che è doveroso, ciò che è necessario alla qualità della vita umana», come dice Enzo Bianchi, priore di Bose....

 

 

I COSTI DELLA POLITICA

 

 

C'è bisogno di una politica che guarda lontano, oltre gli interessi immediati e particolari delle singole componenti sociali e comunità locali.

 

Senza politica, a livello comunitario e nei singoli Stati nazionali, l'Europa non imboccherà l'uscita dalla crisi verso una nuova stagione di sviluppo e l'euro non sopravviverà (lo ha ben spiegato Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore del 21 giugno).

 

Senza politica l'Italia non tornerà a crescere e proseguirà a declinare.

 

 

Si crea assuefazione alle condizioni di lenta crescita e non ci si accorge che stando fermi in realtà si va indietro, rispetto alle altre economie e al reddito che si sarebbe potuto generare.

 

La grande recessione è stata paradossalmente una benedizione per l'Italia, perché, causando un netto arretramento assoluto, ha acuito il bisogno di cambiamento e l'ha reso non più procrastinabile.

 

Non sono più sopportabili le differenze tra chi è esposto alla concorrenza, e genera il benessere dell'intera nazione, e chi gode di posizioni di rendita o, peggio, privilegi.

 

 

Non è più sopportabile rinviare o muoversi lungo le linee di minor resistenza. Occorre che scenda in campo finalmente la politica, come l'ha intesa e praticata Helmut Kohl. Helmut Schmidt, un altro famoso cancelliere tedesco, a chi gli chiedeva come potesse fare l'economia del Belpaese ad andare avanti, nonostante i Governi dalla vita breve e i frequenti rimpasti, rispose che gli italiani non avevano bisogno della politica.

 

 

Erano gli anni Settanta, chiamati difficili perché la crescita era rallentata al 3,8% annuo (sic!), l'inflazione era a due cifre e la lira veniva periodicamente svalutata.

 

 

L'occupazione era ferma: per porvi rimedio si gonfiarono le pubbliche amministrazioni di dipendenti non selezionati appropriatamente e ne paghiamo tuttora la bassa efficienza.

 

 

Il debito pubblico mordeva i freni e solo la tassa occulta dell'aumento dei prezzi (così la battezzò Mario Monti) evitò che partisse al galoppo (come fece negli Ottanta). C'era il terrorismo. Governava il compromesso-storico: Dc e Pci alleati per reggere l'urto sociale di una breve stagione di austerity, neologismo coniato per far accettare medicine neppure tanto amare. Schmidt aveva torto marcio.

 

 

Lo dimostrano la lenta crescita, la lunga perdita di competitività, le buste paga ferme e i profitti bassi di oggi.

 

Le non-scelte e le riforme parziali o mancate hanno bloccato l'economia e la società. Se quelli erano anni difficili, quelli attuali non lasciano scampo a indecisi e gattopardi. Perché la politica in Italia fatica a scegliere?

 

 

 

Perché gli incentivi sono sbagliati cosicché il mercato della politica funziona male; i politici non hanno convenienza a fare ciò per cui esistono e servono: decidere guardando lungo, decidere velocemente.

 

Quali sono gli incentivi sbagliati? Negli altri Paesi avanzati, di regola, i leader considerano gli anni al potere come una fase della vita, un'alta scuola nella quale, gestendo molto potere, si guadagnano visibilità e competenza, non emolumenti.

 

 

 Lasciata la politica, ricevono compensi come speaker, consulenti e autori di best seller tanto più lauti quanto più hanno lasciato il segno con l'esercizio della leadearship.

 

In Italia, invece, si ricava in politica molto più che nel privato. L'indennità parlamentare è pari al 540% del Pil pro capite, contro il 355% in Usa, il 284% in Germania, il 281% in Francia, il 264% nel Regno Unito, il 186% in Svezia e il 154% in Spagna.

 

 

I dati si riferiscono al 2007

 

L'impennata della remunerazione dei politici rispetto al reddito medio risale alla seconda metà degli anni Sessanta. Ciò spiega, da un lato, l'anomalia italiana di un esercito di persone (stimato tra mezzo milione e 1,8 milioni di individui) che vive di politica, anziché per la politica. Dall'altro, il conservatorismo perché non conviene mettere in forse un ritorno economico già così elevato, assieme al consenso.

 

Il potere va mantenuto il più a lungo possibile. La riduzione dei costi della politica, allora, non è soltanto una questione morale: chi guida il Paese deve dare l'esempio quando domanda ai cittadini sacrifici senza precedenti.

 

La riduzione è soprattutto determinante per far sì che la politica torni a funzionare e a condurre l'Italia. Perciò merita pieno sostegno l'intenzione dichiarata del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, di portare la remunerazione dei politici italiani al livello medio europeo. Conti alla mano, significa tagliarla del 60 per cento.

 

Non è qualunquismo o anti-politica. Anzi, è a favore del rilancio della politica e del Paese.

 

 

 

Fonti consultate:

 

Il Sole 24 Ore, ANSA, Rassegna stampa del Consiglio dei Ministri.

 

e con la recessione il divario nei compensi tra politici e normali cittadini si è ampliato. Visto che, lo ha sottolineato Carlo Carboni sul Sole 24 Ore del 26 giugno, alla crisi il ceto politico italiano ha risposto aumentando. L'origine di questa stortura è lontana.