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L'orientamento della Corte di cassazione: l'indennità sostitutiva non ha natura retributiva PDF Stampa
Lunedì 04 Luglio 2011 10:38


L'orientamento della Corte di cassazione: l'indennità sostitutiva non ha natura retributiva.

Lo afferma il Quotidiano Italia Oggi con un interessante approfondimento. 
Le ferie arretrate vanno risarcite. 
Termine di prescrizione decennale per i riposi non goduti...

 

 

 

 Sviluppo e Lavoro - ITALIA OGGI 

 

 

 

L'indennità sostitutiva delle ferie non godute ha natura risarcitoria. Il termine di prescrizione è quello di dieci anni.

 

 

Questo l'orientamento espresso dalla Corte di cassazione con la sentenza 10341 dell'11 maggio 2011. La corte ha così deciso di uniformarsi a diverse prese di posizioni precedenti della suprema corte secondo cui «l'indennità sostitutiva delle ferie e dei riposi settimanali non goduti ha natura non retributiva ma risarcitoria e, pertanto, è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale, decorrente anche in pendenza del rapporto di lavoro» (Cass. n. 9999/2009, Cass. n. 3298/2002, Cass. n. 13039/97, Cass. n. 8212/97, Cass. n. 2231/97, Cass. n. 8627/92).

 

 

Ciò in quanto tale indennità è pur sempre correlata a un inadempimento contrattuale del datore di lavoro, che obbliga quest'ultimo (quando l'adempimento in forma specifica sia divenuto impossibile) al risarcimento del danno, che comprende, in primo luogo, la retribuzione dovuta per il lavoro prestato nei giorni destinati alle ferie o al riposo (nonché la riparazione di eventuali ulteriori danni subiti dal lavoratore a seguito del mancato ristoro delle energie psicofisiche) e che soggiace alla prescrizione ordinaria decennale prevista dall'art. 2946 c.c., e non già a quella quinquennale ex art. 2947 c.c.. Nonostante sia ormai assodato che il diritto alle ferie è inviolabile, è però possibile che in un determinato periodo (esercizio sociale) maturino periodi feriali che non siano goduti entro la fine del medesimo periodo.

 

 

 

E in questo caso si possono presentare due ipotesi: a) nonostante la chiusura del periodo è ancora possibile per il dipendente godere delle ferie (in quanto per esempio il contratto collettivo stabilisce il termine ultimo per godere delle stesse nei mesi successivi alla chiusura dell'anno solare); b) è decorso inutilmente anche questo periodo: in questo caso il prestatore di lavoro ha diritto a un risarcimento del danno denominato «indennità sostitutiva delle ferie» che corrisponde, normalmente, alla retribuzione di un giorno di lavoro per ogni giorno di ferie non goduto.

 

 

Quindi qualora i lavoratori non godano delle ferie essi hanno conseguentemente diritto alla relativa indennità sostitutiva, ma a questo punto è poi da chiarire: il momento in cui sorge l'obbligo di pagare l'indennità sostitutiva delle ferie; l'eventuale esistenza di un termine prescrizionale. Per individuare anche questo secondo aspetto occorre in primo luogo accertare il momento in cui sorge il diritto a ricevere il pagamento dell'indennità.

 

 

 Tale momento è teoricamente lo stesso in cui matura tale diritto e, quindi, coincide con il momento in cui il prestatore non ha più la possibilità di godere del periodo feriale (ciò significa che ogni anno si dovrebbero monetizzare le ferie eventualmente non godute e pagare di conseguenza l'indennità). È anche vero che non sempre si assiste a un comportamento come quello descritto.

 

 

Il differimento del pagamento dell'indennità sostitutiva come spesso avviene nella prassi comporta la necessità di verificare se il diritto debba essere ritenuto prescrivibile ed eventualmente in che tempo. Il riferimento in tema di prescrizione del diritto alle ferie o, meglio, dell'indennità sostitutiva, è da ritrovare negli artt. 2946 e 2948 del codice civile che rispettivamente sostengono che «salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni» e che «si prescrivono in cinque anni: _ gli interessi e tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi».

 

 

 

In sostanza il nostro ordinamento prevede due diversi termini prescrizionali ognuno dei quali applicabile a ipotesi differenziate. Il dubbio è quindi relativo a quale delle due ipotesi possa rapportarsi il nostro caso: in sostanza se l'indennità sostitutiva delle ferie sia soggetta alla ordinaria prescrizione decennale o, invece, alla minore prescrizione quinquennale poiché l'indennità sostituiva andrebbe pagata ogni anno. In un primo tempo si era sostenuto che «i crediti di lavoro relativi alle ferie e ai riposi non goduti non hanno carattere risarcitorio, bensì retributivo, per cui dovendo essere erogati con la stessa periodicità della normale retribuzione, sono assoggettabili alla prescrizione quinquennale» (Cass. Lav. 16 febbraio 1989 n. 927).

 

 

 In sostanza si sosteneva che civilisticamente l'indennità da riconoscere era assimilabile alla retribuzione e quindi doveva ritenersi valido il termine di prescrizione di cinque anni. Tale orientamento sembra però ormai superato e quello più recente sostiene invece che «l'indennità sostitutiva delle ferie non godute ha natura risarcitoria e non retributiva e, pertanto, è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale» . E ciò può avere riflessi anche in ambito contabile.

 

 

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La vacanza contribuisce alla controprestazione

 

 

 

Anche le ferie sono parte della controprestazione dovuta dal datore di lavoro. Il rapporto di lavoro dipendente si configura come un rapporto di tipo sinallagmatico ovvero a prestazioni corrispettive. Banalizzando: il datore di lavoro per ottenere la prestazione del lavoratore deve riconoscere allo stesso il compenso pattuito (lo stipendio), mentre il lavoratore per ottenere il corrispettivo deve prestare la propria opera alle dipendenze del datore.

 

 

Da ciò discende che il datore di lavoro iscrive i costi da lui sostenuti per riconoscere gli stipendi ai lavoratori nei bilanci d'esercizio a fronte delle prestazioni ricevute nel corso dei diversi periodi di paga dai lavoratori.

 

 

Questo parallelismo si rompe con riguardo ai periodi feriali. Se per ipotesi si considerasse solo il periodo in cui il lavoratore dipendente è assente dal lavoro per godere i giorni di riposo, la sinallagmaticità del rapporto sarebbe incrinata. Il datore di lavoro sostiene in questo periodo un costo senza ottenere in cambio alcuna prestazione.

 

 

Chiaramente il rapporto deve essere considerato nel suo complesso e si vedrà allora che anche il costo sostenuto per il periodo feriale riconosciuto al lavoratore dipendente non è una liberalità del datore di lavoro, ma è pur sempre un onere che trova la sua giustificazione nel rapporto di lavoro che si è instaurato e che risulta anch'esso controprestazione dell'attività lavorativa prestata dal dipendente. Infatti il diritto a godere del periodo feriale matura per i singoli dipendenti in relazione al periodo di tempo in cui gli stessi prestano la loro opera presso il datore di lavoro.

 

 

Nessun limite nei contratti collettivi

 

 

 

Il diritto alle ferie è senza dubbio uno dei diritti dei lavoratori che trovano un'esplicita espressione legislativa tanto che da una semplice lettura delle norme appare evidente l'inviolabilità di tali diritti maturati dai dipendenti. Occorre premettere una definizione: le ferie sono quel periodo dell'anno in cui il lavoratore non svolge alcuna attività lavorativa (pur essendo retribuito) per poter reintegrare le proprie energie psicofisiche e consentire la possibilità di svago e di piena esplicazione della vita familiare e sociale.

 

 

La prima (e fondamentale) regolamentazione delle ferie è quella contenuta dall'art. 36 della Costituzione che dispone che «il lavoratore ha diritto alle ferie annuali retribuite e non può rinunciarvi».

 

 

 Il secondo passaggio nella regolamentazione dei periodi feriali è quello previsto dal codice civile che, all'art. 2109 comma 2, dispone «il prestatore di lavoro ha diritto a un periodo annuale di ferie retribuito possibilmente continuativo tenuto conto delle esigenze dell'impresa e degli interessi del prestatore di lavoro. La durata di tale periodo è stabilita dalle leggi, dagli usi o secondo equità».

 

 

Le prime fonti normative analizzate portano quindi a riconoscere come «sacrosanto» il diritto al periodo feriale, ma non dispongono le modalità con cui lo stesso deve trovare esplicazione.

 

 

A questo punto è necessario passare ad analizzare i singoli contratti collettivi nazionali e aziendali che individuano con maggior precisione la regolamentazione delle ferie stabilendo per esempio il numero di giorni di ferie spettante a ognuno, la regolamentazione dell'individuazione dei periodi feriali e di tutte le altre questioni simili. Un punto fermo è che i contratti collettivi potranno certamente regolamentare il diritto sancito dalla carta costituzionale ma non potranno mai limitarlo o addirittura escluderlo.

 

 

 Ma se è vero che nessun dubbio può essere avanzato con riguardo al riconoscimento del diritto in generale, diversa può presentarsi la situazione qualora si cerchi di individuare e interpretare le singole fattispecie applicative. In altri termini, i problemi sorgono quando si passa ad analizzare alcune questioni specifiche (per la cui interpretazione spesso si deve anche considerare quanto sostenuto dalla giurisprudenza). In particolare, per i peculiari riflessi che ciò comporterà in materia contabile e fiscale, un esempio di queste fattispecie è quella relativa ai periodi feriali che non sono goduti entro l'anno da parte dei lavoratori dipendenti.