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Poco coraggio sull'aumento dell'età per le donne PDF Stampa
Martedì 19 Luglio 2011 00:00

Sviluppo e Lavoro.

ALTRO LIMITE 

La classe politica ha perso l'occasione.

Per cosa? Dare il buon esempio tagliando anche i propri vitalizi...

 

 

 

In termini di risanamento della finanza pubblica, gli interventi sulla previdenza rappresentano uno dei capitoli più corposi della manovra predisposta dal governo, e si articolano su due diverse direttrici. La prima direttrice consiste di fatto in una tassazione delle pensioni di importo relativamente elevato. Essa comprende, da un lato, il taglio dell'indicizzazione al costo della vita delle pensioni per la parte che supera un determinato importo; dall'altro, un contributo di solidarietà (forzoso e proporzionale) su tutte le cosiddette "pensioni d'oro", ossia superiori ai 90mila euro lordi annui.

 

 

L'adeguamento al costo della vita è pieno per importi pensionistici fino a tre volte il minimo; è ridotto al 70 per cento del tasso di inflazione per la parte fra tre e cinque volte il minimo (inizialmente si era previsto un abbassamento al 45, giustamente giudicato troppo punitivo per pensioni che non possono certo essere definite ricche). Per chi riceve importi superiori a cinque volte il minimo, ossia a 2.380 euro mensili, l'adeguamento spetta solo sulla quota fino a 1.402 euro (tre volte il minimo).

 

 

Queste misure si configurano come una forma di tassazione implicita, di ammontare incerto perché dipenderà dal futuro tasso di inflazione e di carattere progressivo, perché andranno a colpire pensionati attuali e futuri con retribuzioni relativamente elevate e carriere lavorative dinamiche. La seconda direttrice su cui si articolano gli interventi della manovra sulla previdenza consiste nel perseguire ulteriormente l'aumento dell'età media di pensionamento, con tre distinti provvedimenti, tra loro poco coerenti.

 

Da un lato, infatti, si aggiungono, in maniera del tutto estemporanea, mesi di lavoro ai requisiti di età/anzianità dei prossimi tre anni; dall'altro, si anticipa dal 2015 al 2013 l'adeguamento degli stessi requisiti all'aspettativa di vita, che aggiunge a sua volta altri mesi (circa quattro nel triennio); infine, si stabilisce che, a far data dal 2020, l'età di pensionamento delle lavoratrici del settore privato aumenterà, in modo lento e graduale, per eguagliare quella degli uomini nel 2032 (sic!). Quest'ultimo provvedimento risponde a un principio di equità, ma arriva con molto ritardo rispetto a quanto già stabilito per le dipendenti pubbliche, parificate agli uomini in base a una disposizione europea che ha giudicato discriminante, nei confronti degli uomini, la più bassa età di pensionamento delle lavoratrici. A questo punto l'interrogativo centrale, dal punto di vista del funzionamento del sistema pensionistico, è se sia difendibile l'"imposta" derivante dalla riduzione o dall'annullamento dell'indicizzazione.

 

 

In quanto applicata a pensioni retributive, calcolate in base a criteri generosi, e considerata la necessità del Paese di procedere a tagli di spesa consistenti, la risposta deve essere positiva. Basti pensare che i contributi versati dai pensionati e dai lavoratori prossimi al pensionamento hanno "fruttato", proprio in base a norme generose, più di qualsiasi impiego finanziario. In una certa misura, queste pensioni contengono un "regalo" (in realtà, una sottrazione di risorse alle generazioni future) di cui lo Stato chiede oggi una parziale restituzione. La stessa logica si applica al contributo di solidarietà. Analogamente difendibile è l'adeguamento dell'età di uscita all'aspettativa di vita: parte integrante del metodo contributivo, esso viene di fatto anticipato alle pensioni retributive. Si tratta di un principio corretto, che per di più, essendo affidato a un meccanismo automatico, eviterà futuri contrasti sociali sul tema dell'allungamento della vita lavorativa.

 

 

A dispetto di questi elementi complessivamente positivi, pesano sulla manovra pensionistica due fattori negativi, che rischiano di minarne la credibilità. La prima è il mancato il coraggio politico di far partire da subito l'aumento dell'età di pensionamento delle lavoratrici. Tale aumento, in linea con quanto avviene nel resto d'Europa, avrebbe consentito di recuperare risorse utilizzabili per la crescita, in particolare nel capitolo importante e critico dell'occupazione femminile e dei fattori che la possono favorire.

 

 

A quanto è dato di intendere, lo slittamento al 2020 è stato dovuto al veto di una delle forze politiche della maggioranza, ed è certamente una dimostrazione di scarsa lungimiranza. È come se le forze politiche non avessero veramente interiorizzato quanto cruciale sarà la crescita anche per il buon funzionamento del sistema pensionistico. Le seconda osservazione è relativa alla mancanza di un "buon esempio" da parte della classe politica. Non risulta infatti che siano previsti gli stessi tagli allo scudo antinflazione e gli stessi contributi di solidarietà sui vitalizi pensionistici di cui gode la "classe politica". Oltre al valore simbolico del "buon esempio", si deve osservare che la numerosità della stessa è tale da avere rilevanza sul totale: l'applicazione delle misure anche alla classe politica, in altre parole, farebbe risparmiare ai normali cittadini una parte non irrilevante dei sacrifici richiesti.

 

 

© Il Sole 24Ore.