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L’Unione europea riaffermi il principio di insularità PDF Stampa
Martedì 26 Luglio 2011 10:16
Nelle ultime settimane, è con particolare insistenza che esponenti del mondo politico, sindacale, del sistema produttivo hanno sottolineato la necessità e l’urgenza di un riconoscimento di quel principio di insularità che i Trattati europei avevano formulato già nel lontano 1997, all’atto della firma del Trattato di Amsterdam.
Purtroppo per la Sardegna, non diversamente dalle sollecitazioni degli scorsi anni anche quelle più recenti appaiono destinate a cadere nel vuoto, nell’assoluta assenza di segnali positivi da parte sia delle istituzioni dell’Unione, sia dello stesso Governo di Roma.
Certo, non si può dire che il momento attuale sia particolarmente favorevole all’applicazione di detto principio: come è noto, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (1º dicembre 2009) il suo fondamento giuridico risulta piuttosto indebolito, ed alquanto ridotta appare la sensibilità di molti dei nuovi Membri dell’Unione europea nei confronti della specifica situazione delle regioni insulari.
Occorre però non dimenticare che resta comunque sempre saldo nel diritto dell’Unione un fondamentale principio, quello di non discriminazione: il principio in base al quale, se situazioni analoghe non devono essere trattate in modo diverso, neppure situazioni diverse possono essere trattate in modo analogo.
Del tutto in linea con tale principio risulta poi la “Dichiarazione relativa alle regioni insulari”, secondo cui gli handicap strutturali connessi allo status di insularità sono fattori che condizionano lo sviluppo di tali regioni, rendendo quindi giustificate l’adozione di specifiche misure nei loro confronti. Il richiamo al principio di non discriminazione non deve apparire superfluo, ove si consideri la ben scarsa disponibilità finora mostrata dalle istituzioni dell’Unione, ed in particolare dalla Commissione europea, ad accogliere le legittime richieste delle regioni insulari.
E appare verosimile che, in futuro, le modifiche introdotte con il Trattato di Lisbona renderanno una simile chiusura sempre più netta. Stando così le cose, non è più alla Commissione che dovrebbero indirizzarsi le istanze delle regioni a favore dell’insularità.
Trattandosi di una questione chiaramente politica, anche se non priva di motivazioni di natura giuridica, è piuttosto in seno al Consiglio europeo che la soluzione deve essere trovata. Non va dimenticato che già all’epoca del Trattato di Amsterdam l’accordo in merito al riconoscimento del principio di insularità era stato raggiunto a livello degli Stati membri, così come in seno al Consiglio europeo avevano trovato accoglimento le principali richieste delle regioni “ultraperiferiche” dell’Unione, attualmente titolari di uno status ben più favorevole rispetto a quello della generalità delle regioni insulari.
Due sono però le condizioni che devono sussistere perché il Consiglio europeo possa prendere a cuore la questione dell’insularità: da un lato, che vi sia almeno un Capo di Governo che si faccia convinto interprete delle richieste delle regioni insulari; dall’altro, che ad avanzare tali richieste la Sardegna non si trovi isolata, ma possa contare su un’attiva partecipazione delle altre regioni insulari dell’Unione, oggi escluse da quelle specifiche misure di cui godono invece i territori “ultraperiferici”.
Per quel che riguarda questa seconda condizione, qualcosa sembra finalmente muoversi, a seguito della firma, nell’aprile di quest’anno, di un “Patto delle isole”, volto a consacrare la volontà di 46 regioni insulari dell’Unione di puntare verso politiche di sviluppo sostenibile, segnatamente attraverso un maggiore ricorso all’ energia alternativa.
Deludente è invece il quadro relativamente alla prima condizione: a quanto è dato sapere, non rientrerebbe infatti nelle intenzioni del nostro Presidente del Consiglio farsi paladino a Bruxelles della causa insulare. Sarebbe allora il caso che qualcuno si decidesse a sollecitare un intervento del Governo in sede europea,volto a risolvere una questione che da troppo tempo si è voluta ignorare.
La “sessione europea” del Consiglio regionale, ora prevista dalla legge n. 13 del giugno dello scorso anno, potrebbe essere a questo fine una preziosa occasione, assolutamente.
La Nuova Sardegna del 26 luglio 2011.