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L'insostenibile pesantezza delle Regioni di Beniamino Moro PDF Stampa
Venerdì 05 Agosto 2011 11:41
La restituzione della tessera del suo partito (Pdl) da parte del presidente Ugo Cappellacci testimonia la frustrazione di come un certo tipo di politica regionale fatta da questa Giunta non porti da nessuna parte e costituisca, anzi, un vicolo cieco per lo sviluppo della Sardegna.
Si tratta, peraltro, di una politica non molto dissimile da quella della precedente Giunta di centrosinistra, basata essenzialmente sulla rivendicazione di nuove entrate per l'erogazione di contributi e agevolazioni a favore delle categorie più disparate, quando non anche a singoli soggetti purché dotati di sufficiente potere contrattuale.
Coerentemente, la Regione è vista dai vari gruppi di pressione, sindacati compresi, come la cassa comune cui attingere per i finanziamenti delle proprie iniziative, mentre il confronto tra i partiti, invece che sulle diverse strategie politiche volte a perseguire lo sviluppo economico, si è ridotto per lo più a lotta per il controllo dell'erogazione della spesa pubblica.
Con la duplice finalità di trattenere per la stessa classe politica una parte delle risorse (costi della politica) e di utilizzare il resto per allargare la rete clientelare da cui deriva il consenso elettorale.
Questo tipo di politica, già discutibile in passato per la scarsa produttività, soprattutto se confrontata coi suoi costi in termini di fiscalità generale, è diventata non più sostenibile con lo scoppio della crisi economica, che impone in tempi stretti e senza ulteriori margini di manovra il rientro forzato dall'attuale livello di spesa pubblica, non solo allo Stato, ma anche alle Regioni, per non parlare di Province e Comuni.
Pensare che in questa situazione si potessero aumentare di 5,4 miliardi di euro (la cifra rivendicata dalla Regione per il 2011 al lordo dei costi della sanità e dei trasporti pubblici locali) le entrate regionali in attuazione dell'accordo Stato-Regione del 2006, che già dalla sua firma sollevò un vespaio di polemiche sulla sua attuazione, è stato quanto meno un errore di strategia che ha coinvolto tutti, maggioranza e opposizione, passando per i sindacati e le altre parti sociali.
L'errore non riguarda la rivendicazione in sé (come si fa a rinunciare alla promessa di nuove e più cospicue entrate?), cosa più che legittima e plausibile nel mercato della politica, ma la mancanza di una strategia alternativa di sviluppo economico.
Infatti, chi sa dire quale sia oggi, tolta la gestione dei contributi e delle prebende distribuiti a pioggia, la politica di sviluppo economico di medio-lungo periodo della Regione sarda?
E poiché una situazione analoga caratterizza anche le altre Regioni, soprattutto nel Mezzogiorno (la Sicilia, nonostante le maggiori entrate, vive condizioni di bilancio e di sviluppo ancora più deteriorate di quelle della Sardegna), ciò mette in discussione non solo l'utilità delle Province, ma anche quella delle Regioni.
In altri termini, se le Regioni non dimostrano di dare un contributo concreto allo sviluppo del territorio, l'attuale loro ruolo di enti erogatori di stipendi, prebende, contributi e quant'altro viene messo in discussione insieme a tutti gli altri costi improduttivi della politica.
Da: L'Unione Sarda.