Home Ultime Il ritardo dell’Italia negli asili nido
Il ritardo dell’Italia negli asili nido PDF Stampa
Venerdì 06 Agosto 2010 08:57

Prima la buona notizia. Emilia Romagna, Toscana e Umbria hanno le carte in regola per raggiungere l’obiettivo di Lisbona sui nidi: 33 posti ogni 100 bambini entro il 2010. La cattiva notizia è che il resto del Paese non ce la farà. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto degli Innocenti (incaricato del monitoraggio sui nidi) l’Italia è ferma a quota 23 per cento. Una percentuale ottenuta contando davvero tutto. Anche gli spazi gioco e i posti offerti alle materne a bambini che non hanno ancora tre anni. Se si tenesse conto solo dei nidi in senso stretto allora la copertura sarebbe ferma al 16 per cento. I finanziamenti - Il problema numero uno quando si parla di servizi per l’infanzia sono i soldi. La coperta delle risorse è sempre più corta. Come spiega bene il rapporto sui costi dei nidi del Gruppo nazionale nidi infanzia insieme con il Cnel «il ritardo dell’Italia non è da imputare a enti locali disattenti ma soprattutto ai governi che si sono succeduti dagli anni Settanta». Dal ’77, ultimo anno di risorse statali finalizzate, bisogna aspettare la Finanziaria 2002 per vedere un nuovo impegno dello Stato, anche se furono distribuiti solo 50 milioni. Poi, con la finanziaria 2007, (governo Prodi) si è messo in campo un piano triennale per i nidi che ha stanziato 727 milioni di euro in tre anni, di cui 446 dello Stato e 281 delle Regioni. Obiettivo a rischio - E nel 2010? «Dobbiamo ancora decidere—risponde il sottosegretario alle politiche per la Famiglia, Carlo Giovanardi —. Certo la crisi e il Pil con il segno meno non aiutano ». Tutto il dipartimento, che poi è una costola della presidenza del Consiglio, per il 2010 ha a disposizione 187 milioni di euro. E deve occuparsi anche di adozioni internazionali, fondi per nuovi nati, osservatorio famiglia, politiche di conciliazione famiglia-lavoro... Un centinaio di milioni potrebbero servire per aumentare i posti nei nidi. In teoria. «In pratica stiamo decidendo se destinarli ai nidi o a obiettivi diversificati», continua Giovanardi. Un eventuale stanziamento, poi, dovrebbe passare in conferenza Stato-Regioni per decidere i criteri di distribuzione dei fondi. Insomma, nella migliore delle ipotesi i tempi si allungano. «Le risorse sono state tagliate ma forse non è nemmeno questo il problema più serio. Se il governo volesse davvero aiutare le famiglie come aveva promesso in campagna elettorale dovrebbe controllare come le regioni stanno spendendo questi fondi — polemizza l’ex ministro della Famiglia, Rosy Bindi (Pd) —. Almeno la metà delle risorse sarebbero dovute servire a costruire nuovi posti e non a gestire quelli che esistono già». Le regioni - C’è poi da dire che non tutte le regioni fanno la loro parte. I fondi del 2009 a oggi sono stati assegnati solo a Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Sicilia e Sardegna. Le altre regioni non hanno ancora incassato niente perché non hanno cofinanziato lo stanziamento del 2008. In difficoltà soprattutto il Sud: molte regioni contavano di spendere per i nidi i fondi Fas (per le aree sottosviluppate, ndr). Fondi che non sono arrivati. La pecora nera è la Campania che ha approvato per ultima il suo piano nidi per il triennio 2007-2009 solo all’inizio dell’anno scorso. Cinque ministeri - Poi c’è il problema della moltiplicazione delle competenze. Come ha segnalato in passato l’Unicef, una regia unica favorisce un utilizzo razionale delle risorse. In Italia, invece, dei nidi si occupano un po’ tutti. Anche perché l’accoglienza per i piccoli fino a due anni si trasforma spesso in un buon cavallo di battaglia preelettorale. Nel nostro Paese hanno competenze in materia il ministero dell’Istruzione (presso alcune materne ci sono le cosiddette classi primavera); inoltre dicono la loro i ministeri del Welfare, delle Pari Opportunità, il Dipartimento politiche per la famiglia presso la presidenza del Consiglio. E adesso anche il ministero della Pubblica amministrazione. Renato Brunetta ha annunciato un piano per la creazione di nidi nelle amministrazioni pubbliche. Stanziati 7 milioni del ministero delle Pari Opportunità e 18 del Dipartimento per la famiglia. Per gli anni successivi il ministro della Pubblica amministrazione intende finanziare il piano con le maggiori entrate dovute all’innalza-mento dell’età pensionabile delle donne (l’obiettivo è dotare di nido un’ammini-strazione su tre entro i prossimi dieci anni). Il business - In effetti quello degli asili nido per alcuni sta diventando un business. «Qui a Milano si trovano corsi per educatrici di condominio da 1.200 euro per quattro giorni di lezione — segnala la cooperativa la Casa che gestisce l’espe-rienza Tagesmutter nel capoluogo lombardo —. Siamo noi i primi a chiedere una gestione accurata». Intanto, mentre si discute e si taglia, per le famiglie le difficoltà quotidiane restano le solite. «Le spese per l’asilo nido sono troppo alte. Si arriva anche a mille euro in certi nidi privati. E gli orari sono meno flessibili di quelli richiesti alle mamme che lavorano», lamenta Sabina Guancia, consigliera di parità supplente in regione Lombardia. Risultato: le famiglie spesso devono integrare il nido con la baby sitter. E così fare figli diventa una scelta da ricchi.


L'articolo pubblicato dal Corriere della Sera è inserito nella Rassegna Stampa presente nell'area Ufficio Stampa.