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Gli enti locali dribblano il dissesto PDF Stampa
Venerdì 06 Agosto 2010 09:37

Per evitare critiche i sindaci evitano il default. E non risanano

Sarà perché  mettere in piazza i risultati di una gestione economica dissennata, esponendosi al pubblico ludibrio dei cittadini e dei media, non fa piacere a nessuno. O perché molto spesso ignorano i possibili futuri benefici di un risanamento radicale nei conti. E preferiscono tirare a campare vivendo alla giornata, nella speranza che prima o poi arrivi il classico aiutino da Roma, come successo con Catania qualche anno fa che si salvò dal default solo grazie a un sostanzioso assegno del governo Berlusconi. Fatto sta che sindaci e presidenti di provincia si dimostrano sempre più restii nel dichiarare lo stato di dissesto degli enti che amministrano. Una latitanza a cui si dovrebbe in qualche modo sopperire attribuendo per esempio ai prefetti il potere di sostituirsi ai primi cittadini nella decisione di attivare la procedura. Una norma del genere il governo l'ha già messa in cantiere, inserendola nel ddl anticorruzione, ma visto che i tempi per l'approvazione del provvedimento non si annunciano brevi (il testo non è ancora approdato in parlamento) meglio sarebbe se i sindaci comprendessero una volta per tutte che un ente in dissesto deve sì tirare la cinghia «e rinunciare momentaneamente ai propri poteri di autogoverno», ma solo così può raggiungere «un equilibrio di bilancio duraturo». A dirlo è la direzione centrale finanza locale del ministero dell'interno in un report sul dissesto finanziario degli enti locali pubblicato ieri. I tecnici del dipartimento guidato da Giancarlo Verde hanno analizzato i primi vent'anni di normativa sul dissesto, dal decreto legge n.66/1989 con cui l'istituto ha fatto la prima comparsa nel nostro ordinamento fino al Testo unico del 2000 con le modifiche introdotte sul punto dalla Finanziaria 2007. Vent'anni in cui gli enti che hanno avuto il coraggio di dichiarare il default non sono stati moltissimi: 442, per lo più comuni del sud e di piccole dimensioni. Un dato che però, secondo il Viminale, non deve indurre a facili ottimismi perché potrebbe nascondere una realtà molto più critica. «Il dissesto», si legge nella relazione, «è stato dichiarato maggiormente nei piccoli enti dove gli equilibri contabili vengono subito sconvolti dall'insorgere di debiti fuori bilancio e nelle regioni del sud Italia dove sicuramente negli anni passati gli enti locali sono stati gestiti con minore attenzione agli aspetti di regolarità contabile, ma hanno avuto minori possibilità di godere di un benessere socio-economico territoriale». Ciononostante, i recenti casi di dissesto che hanno coinvolto grandi comuni (Napoli, Potenza, Benevento, Chieti, la provincia di Napoli, Enna nel 2006 e Taranto nel 2007) secondo il ministero dell'interno devono far riflettere. Perché i conti degli enti locali non sono tutti rose e fiori. Qualche mese fa fu la Ragioneria generale dello stato a lanciare l'allarme (si veda ItaliaOggi del 14/10/2009): «La situazione finanziaria dei comuni appare molto critica», scriveva il dipartimento guidato da Mario Canzio, «e i fenomeni degenerativi sono oramai espressione di una linea di tendenza che si va consolidando». Un cattivo andamento della spesa corrente, accompagnato da una gestione fasulla dei residui attivi e da una situazione di cassa critica, aggravata spesso dall'utilizzo di debiti fuori bilancio: questo il quadro (preoccupante) tracciato dalla Ragioneria e rilanciato dal Viminale. «Dalle risultanze ispettive», scrivono i tecnici di Roberto Maroni, citando il report della Rgs, «si è evidenziata la presenza di dissesti non dichiarati che alla fine producono conseguenze ancora più gravi in quanto, se la crisi finanziaria viene dichiarata in tempi fisiologici, c'è la possibilità di ottenere un vero risanamento. Se questo non accade, l'uscita dalla crisi diventa un'operazione impossibile da raggiungere soltanto con azioni a livello locale e, di conseguenza, diventa necessario un intervento a livello centrale». Dai dati del Viminale risulta che la maggior parte delle situazioni di sofferenza sono emerse nei primi cinque anni dall'entrata in vigore della normativa sul dissesto (125 nel 1989, 64 nel 1990, 45 nel '91, 46 nel '92, 52 nel '93, 38 nel '94, 16 nel '95). Ma poi il trend è stato via via decrescente fino ad arrivare al massimo a 5 default all'anno (come nel 1999, nel 2008 e nel 2010). Dati che non fanno sorridere il Minterno perché nascondono, invece, «una seria e sommersa difficoltà finanziaria-gestionale degli enti locali», testimoniata dal recente crack del comune di Taranto e «dall'elevato numero di enti locali che lamenta condizioni di pre-dissesto».

L'articolo di Francesco Cerisano pubblicato da Italia Oggi è inserito nella Rassegna Stampa presente nell'area Ufficio Stampa.