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"Troppe tasse, salari a picco" l’Italia è fanalino di coda PDF Stampa
Venerdì 06 Agosto 2010 09:39

La classifica dell´Ocse. Ma Sacconi protesta


ROMA - Quel che resta dopo le tasse è davvero poco: considerati al netto, gli stipendi degli italiani sono decisamente più bassi rispetto a quelli della stragrande maggioranza dei Paesi avanzati. Pesa il cuneo fiscale - ovvero la differenza fra ciò che l’impresa mette in busta paga e quanto effettivamente entra nelle tasche dei dipendenti - e la posizione raggiunta dal-l’Italia nella classifica stilata dall’Ocse, dunque, è proprio deludente. Siamo inchiodati al gradino 23. E sia che si tratti di un lavoratore single che di un dipendente con famiglia a carico, gli stipendi italiani stanno sotto del 16, 5 per cento rispetto alla media. Le graduatorie del 2009, specifica lo studio (il «Taxing Wages»), sono calcolati in dollari e a parità di potere d’acquisto, quindi non ci sono scuse. In Italia un lavoratore senza carichi familiari guadagna 22.027 dollari l’anno, contro una media Ocse di 26.395 (la Ue a 15 supera i 28 mila). Poco più della metà rispetto ad un collega della Corea del Sud (che guadagna al netto oltre 40 mila dollari) e comunque il doppio - se vogliamo consolarci - di un messicano. La posizione in classifica non cambia se ci si riferisce ad un lavoratore con coniuge e figli a carico, anche se in questo caso la famiglia gode di qualche sgravio fiscale in più. Siamo sempre al ventitreesimo posto. La busta paga sale a 26.470, contro una media Ocse che supera i 31 e una media dell’Europa a 15 che vola a 34. In testa alla classifica qui c’è il ricco Lussemburgo (50.482 dollari), dietro di noi solo il Portogallo, alcuni Paesi dell’Est, la Turchia e ancora il Messico. Non si può dire che vi sia stato uno scivolone in classifica rispetto al 2008: la posizione è rimasta la stessa, anche se i redditi netti sono lievemente diminuiti per i single (erano di 22.117). Ma fa effetto vedere che, almeno per il 2009, gli stipendi degli italiani siano stati comunque inferiori a quelli dei lavoratori di Nazioni fortemente colpite dalla crisi come Grecia, Spagna o Irlanda. Va detto che la natura di questa "povertà" è prettamente fiscale. L’Italia infatti sconta un cuneo molto più elevato rispetto a quello degli altri Paesi Ocse. La differenza fra il prima e il dopo le tasse e i contributi è per noi del 46,5 per cento (un gap stabile fra il 2008 e il 2009) per quanto riguarda il lavoratore single: dieci punti sopra rispetto alla media dei Paesi industrializzati (sesti in classifica). Non solo: se si include la contribuzione ai fini del Tfr, la pressione finale raggiunge quota 49,3. Decisamente meglio vanno le cose se si passa al trattamento di chi ha famiglia a carico: visto il minor carico fiscale, la percentuale scende al 35,7 (noni in classifica). Un quadro al quale però il governo crede poco. «Il dato Ocse è lo stesso del passato, lo abbiamo sempre messo in discussione e francamente non ha riscontro nella realtà», accusa il ministro del Lavoro Sacconi, «sono solo tecnicalità». Di parere opposto i consumatori del Codacons («il governo non può continuare a lavarsi le mani del problema», sostengono) e i sindacati. Per la Cgil il rapporto dimostra che la richiesta di un fisco giusto, sul quale hanno fatto una campagna, è questione fondamentale. Bonanni, leader della Cisl, vede la necessità di «aumentare la produttività e diminuire le tasse». Per la Uil «la questione dell’attuale potere d’acquisto di salari e pensioni è obiettivamente penalizzante non solo per le famiglie, ma anche per l’e-conomia, e il basso livello dei consumi lo testimonia». Quindi «sono urgenti le riforme».

L’articolo di Luisa Grion pubblicato da La Repubblica è inserito nella Rassegna Stampa presente nell’area Ufficio Stampa.