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Il bluff del federalismo demaniale PDF Stampa
Venerdì 06 Agosto 2010 09:58

Le regioni non riusciranno a valorizzare i beni ricevuti in dote

 

Estremismo», l'ha definito il Pd. E, per il livello raggiunto dallo scontro politico negli ultimi mesi in Italia, quest'accusa, riferita al progetto di devolution dei beni demaniali dallo stato alle regioni, suona quasi come un apprezzamento. In realtà, forse, a frenare i toni del Pd c'è un po' di falsa coscienza, perchè qualcuno dell'ex Pds ricorderà che nella Legge Finanziaria del 2007 il governo Prodi inserì una robusta manovra di privatizzazioni demaniali attraverso il decentramento dei beni, e quindi il governo Berlusconi, sostenuto dalla Lega, non ha commesso alcun sacrilegio nel predisporre lo stesso tipo di operazione. La domanda è piuttosto un'altra: riuscirà questo governo, e soprattutto riusciranno le Regioni beneficiarie dei lasciti, a valorizzarli, privatizzarli sul serio, o comunque metterli a reddito? La domanda è retorica, e quindi la risposta è semplice: no, non ci riusciranno. A meno che negli ultimi anni gli amministratori locali non abbiamo seguito portentosi corsi accelerati di gestione immobiliare. Cosa accadde, infatti, nel 2007, a seguito di quella legge finanziaria ispirata da Romano Prodi? Accadde che l'Agenzia del Demanio, guidata dalla moglie di Marco Follini Elisabetta Spitz e oggi dal manager pubblico di lungo corso Maurizio Prato, diligentemente censì i beni privatizzabili ricevuti a sua volta in dote dal governo, segnatamente dal ministero della Difesa (guidato da Arturo Parisi). Furono previsti quattro pacchetti di beni, di cui soltanto uno andò in porto, con 201 immobili. Il demanio e i Comuni interessati proposero ai privati una concessione cinquantennale, vagliarono progetti che trasformano in aree residenziali, commerciali o pubbliche gli spazi. Il ministero delle politiche sociali (retto dal Rifondatore Paolo Ferrero) inserì tra gli scopi della privatizzazione l'«ho-using sociale», poi fermato e riformulato dal governo Berlusconi. In definitiva, fu realizzato molto meno di quanto sarebbe stato necessario per permettere agli enti locali di autofinanziarsi. Insomma, se sul piano ideologico il federalismo demaniale non è «una cosa di destra», né «leghista», sul piano pratico è qualcosa che non è stato mai attuato con efficienza e che regioni e comuni non sono a attrezzati per gestire. Così come non sono attrezzati per gestire quella sorta di devoluzione fiscale che il ministro dell'economia Giulio Tremonti vorrebbe attuare, per potenziare la lotta all'evasione. L'opinione scettica proviene in questo caso dalla corte dei conti, che si è occupata della questione, stigmatizzando il tentativo, contenuto nella manovra, di ripercorrere «esperienze di scarso successo di un passato ormai lontano» e definendo «sicuramente eccessive» anche le attese che il federalismo fiscale abbatta l'economia sommersa. Le critiche della magistratura contabile si concentrano soprattutto sulla «resurrezione», dei consigli tributari, organi amministrativi periferici che i comuni dovrebbero istituire, figli di una norma varata per la prima volta nel '45, dal Re Umberto. La corte dei conti ricorda che tutti i tentativi effettuati di costituire questi organismi sono falliti, perché nei fatti essi sono sempre stati composti con criteri politici e non tecnici, finendo con l'entrare in conflitto con l'amministrazione finanziaria centrale dello stato. Nella manovra, inoltre, è previsto che l'Agenzia delle entrate segnali ai comuni di residenza i contribuenti esaminati con il redditometro sospetti di evasione: «Un'altra procedura già sperimentata dall'amministrazione finanziaria, e produttiva di scarsi risultati», nota la corte dei conti. Insomma: sì di principio al federalismo fiscale; ma prima di metterne in bilancio i benefici, meglio usare la massima prudenza e dare molto tempo al tempo.

 

L'articolo di Sergio Luciano pubblicato da Italia Oggi è inserito nella Rassegna Stampa presente nell'area Ufficio Stampa.