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Nel decentramento a «due velocità» PDF Stampa
Lunedì 20 Dicembre 2010 18:01

I tempi della riforma e il Federalismo differenziato. In gioco 16 miliardi.

 

Sono le spese da spostare per far partire Piemonte, Veneto, Lombardia ed Emilia «Chi è pronto parta subito, senza aspettare gli altri». È il principio del «federalismo differenziato»; all'inizio era sembrato poco più di una boutade, ma le tempeste politiche di questi giorni riportano il tema al centro dell'attualità.

 

«Chi è in grado di andare avanti – ha rilanciato un mese fa la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia –, lo deve fare per trascinare gli altri. Stare fermi in attesa di chi è indietro è una politica suicida per tutti». I governatori del Nord si sono detti entusiasti, quelli del Centro-Sud si sono mostrati perplessi.

 

Di che si tratta? Sulla carta, il federalismo differenziato esiste dal 2001, ed è scritto nella riforma del Titolo V della Costituzione approvata dall'allora maggioranza di centro-sinistra.

 

Secondo l'articolo 116, le regioni ordinarie possono concordare con il parlamento «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia», facendosi attribuire una serie di funzioni e i finanziamenti per svolgerle. Per passare ai fatti basta una legge ordinaria, approvata a maggioranza assoluta dalle due camere.

 

Per anni la norma è rimasta in sonno poi, tra 2007 e 2008, Piemonte, Lombardia e Veneto si sono fatte avanti per chiedere un elenco più o meno ampio tra le funzioni a disposizione. La fine repentina della scorsa legislatura stroncò sul nascere le trattative, e con il ritorno al governo di Pdl e Lega tutti gli occhi si sono rivolti al federalismo vero e proprio: il percorso verso l'attuazione, però, si sta rivelando piuttosto tortuoso (si veda la pagina a fianco), e le tempeste parlamentari di questi giorni rendono ancora più incerta la sorte di una macchina delicata, che dovrebbe muovere i primi passi nel 2012 per entrare a regime nel 2019. Un calendario lungo per chi si aspetta dalla riforma una botta di efficienza e una spinta alla crescita in tempi di Pil asfittico.

 

Oltre a Confindustria («le regioni del Nord non possono più aspettare», ha ribadito qualche settimana fa anche Antonio Costato, il vicepresidente con delega al tema), l'interesse è alto anche in altre categorie economiche: Unioncamere del Veneto, insieme al centro studi Sintesi, si è messa a spulciare i numeri, per capire quanto può valere la partita nelle quattro principali regioni ordinarie del Nord. La «lista della spesa» delle funzioni trasferibili dal centro alla periferia è fissata dalla Costituzione, e si concentra soprattutto su istruzione (prevista anche dal federalismo della legge delega), infrastrutture regionali, protezione civile e beni culturali.

 

Completano il quadro alcune attività, per esempio nei campi della giustizia di pace, dell'ambiente e della previdenza complementare, che però offrono un orizzonte piuttosto limitato e spostano pochi poteri reali. Se le quattro regioni chiedessero tutte le funzioni «disponibili», il pacchetto da trasferire sul territorio si aggirerebbe intorno 15,8 miliardi di euro.

 

I dati, elaborati in base alla spesa statale sul territorio calcolata dalla ragioneria generale dello stato, non sono rivoluzionari, nel senso che rispetto ai livelli attuali la spesa delle quattro regioni aumenterebbe del 35,3% (traducendosi ovviamente in un risparmio equivalente per il bilancio statale).

 

La Lombardia, da sola, vanta funzioni trasferibili per 6,2 miliardi, mentre nelle altre tre regioni il gioco si attesta intorno a quota 3 miliardi. Il risultato di quest'ipotesi è un'Italia a tre velocità, con un blocco di regioni a Statuto speciale da 9 milioni di persone, un gruppo intermedio (quello del federalismo differenziato) da 23,4 milioni di italiani e le 11 regioni ordinarie residue, in cui abitano 27,6 milioni di cittadini.

 

Il modello, del resto, è proprio quello delle Autonomie speciali (la Regione Lombardia si definisce «autonoma» anche nel nuovo Statuto), ma il federalismo differenziato non ha la stessa forza. Nelle regioni davvero autonome la capacità di spesa arriva al 21,2% del Pil, in quelle del federalismo differenziato non supererebbe il 10,5%.

 

 

 

© Articolo di Gianni Trovati, Il Sole 24Ore, 20 dicembre 2010.